La postura è stata a lungo interpretata come questione di pura meccanica: insieme di leve, muscoli e ossa che sostengono il corpo nello spazio. Tuttavia, la ricerca scientifica più avanzata sta portando alla luce un legame profondo tra assetto fisico e funzionalità del sistema nervoso autonomo. In questo scenario, lo Heart Rate Variability (la variabilità della frequenza cardiaca) emerge come indicatore fondamentale per comprendere non solo lo stato di salute generale del paziente, ma anche le ragioni biologiche profonde che sottendono a determinate disfunzioni posturali. Indaghiamo questa correlazione con Massimo Suppo, osteopata con master in psiconeuroendocrinoimmunologia (Pnei), esperto nello studio dello stress come meccanismo fisiologico e del suo impatto sul tessuto. Il suo lavoro propone una visione del corpo umano come sistema complesso e non frammentato, dove la biologia è espressione di un rapporto continuo tra ambiente interno ed esterno.

Massimo Suppo, osteopata con master in psiconeuroendocrinoimmunologia
Massimo Suppo, osteopata con master in psiconeuroendocrinoimmunologia

Dalla tesi alla clinica: ipotesi di partenza e riscontro numerico

L’intuizione di Massimo Suppo nasce dall’osservazione clinica e dalla necessità di dare riscontro numerico a ciò che le mani di un osteopata percepiscono quotidianamente. «L’idea è nata proprio dal fatto che, lavorando con un posturologo (in questo caso, Andrea Lauria), abbiamo avuto modo di portare avanti un confronto diretto. Osservavamo da tempo che durante il trattamento io percepivo certe condizioni di salute della persona che Andrea Lauria era in grado di riportare come dati numerici attraverso la pedana stabilometrica».

Questa collaborazione ha spinto Suppo ad approfondire, dal 2019, lo studio dell’HRV, misurata attraverso dispositivi tecnologici, con l’obiettivo di trasformare l’intuizione manuale in evidenza misurabile. «Dal confronto costante e dallo scambio di evidenze cliniche è nata l’ipotesi di una correlazione profonda, un piano comune su cui i dati stabilometrici e quelli cardiaci potessero dialogare. Ho iniziato quindi a studiare l’HRV non solo come ritmo cardiaco, ma come espressione dello stress inteso come meccanismo fisiologico e del suo impatto sistemico sul tessuto».

La biologia dello stress: dal carico allostatico alla densità tissutale

Il cuore della ricerca di Suppo risiede nel concetto di carico allostatico, l’insieme di disequilibri tra ambiente interno ed esterno che il corpo deve gestire costantemente. «Quando questi carichi aumentano, non è detto che la struttura neurofisiologica e biologica riesca a sostenerli. Questo surplus ha influenza diretta sui meccanismi del tessuto fasciale e connettivale di cui è composta la maggior parte del nostro corpo, compreso l’assetto muscoloscheletrico».

Attraverso la lente della Pnei, Suppo spiega cosa accade a livello biochimico quando il corpo è sotto pressione: «L’incremento del carico allostatico innesca una risposta biologica che porta alla trasformazione dei fibroblasti in miofibroblasti, aumentando progressivamente la densità dei tessuti. Per spiegarlo meglio, uso spesso la metafora della rete: immaginate una trama a maglie larghe ed elastica che, sotto l’effetto dello stress, si restringe e si infittisce. L’aumento di densità riduce la capacità di adattamento del tessuto, rendendolo più rigido e ripercuotendosi immediatamente sull’equilibrio delle catene muscolari e sull’assetto posturale». In questo contesto, l’HRV diventa una sorta di indicatore, un termometro che definisce quanto la centralina del sistema nervoso autonomo sia attiva, offrendo una spiegazione biologica del perché troviamo persone con determinati tipi di postura che la sola biomeccanica non riuscirebbe a giustificare.

Postura e neuroscienze: rumore di fondo e propriocezione

Questo approccio introduce un cambio di paradigma radicale: la postura non è un fatto meccanico, ma espressione di una funzionalità del sistema nervoso autonomo data dalla capacità del corpo di essere nella giusta frequenza di allerta. Secondo Suppo, la nostra condizione attuale è il risultato di processi che arrivano dalla nostra storia: traumi, reazioni, eventi e periodi logoranti. «Anche l’età infantile, che spesso identifichiamo come uno dei momenti migliori, è in realtà uno dei periodi più stressogeni che influenzeranno la direzione di crescita».

A questo bagaglio storico si aggiungono le energie di basso grado quotidiane. «Ciò che mangiamo e beviamo, le relazioni più o meno tossiche che abbiamo: il corpo riceve un’infinità di sollecitazioni che compongono quello che nelle neuroscienze è definito rumore di fondo. L’attività del sistema nervoso autonomo influenza il nostro modo di stare nello spazio e la propriocezione, che deve costantemente confrontarsi con l’interocezione». L’interocezione riguarda i meccanismi di informazione afferenziale che partono dai visceri e dai vasi sanguigni per regolare lo schema corporeo.

«Se questo interscambio è fluente, abbiamo una buona resilienza. Se, invece, i canali sono sovraccaricati, l’informazione che arriva dalla periferia al cervello si “sporca”. Il nostro cervello darà quindi una risposta corretta a un’informazione di arrivo sbagliata, generando risposte di tipo infiammatorio».

Ruolo del nervo vago e infiammazione neurogena

Un passaggio fondamentale dell’analisi dello specialista riguarda il nervo vago e la sua funzione di autostrada dell’informazione. «Nel momento in cui abbiamo un carico stressogeno importante, diminuiscono le fibre di utilizzo del nervo vago. È come avere un’autostrada a cinque corsie che inizia a funzionare a due. Solo il 20% delle fibre invia informazioni antinfiammatorie attraverso il meccanismo colinergico che definisce l’invio di acetilcolina per contrastare le citochine infiammatorie».

Quando il centro riceve un’allerta costante, manda informazioni di soccorso che generano infiammazione cronica. «Questo porta a diminuzione della funzione immunitaria; l’infiammazione genera anche tessuto adiposo intramuscolare (IMAT), che aumenta la rigidità e la densità fasciale di cui si accennava prima. La persona inizia ad avere dolori che, pur investigati, non mostrano lesioni evidenti, perché sono informazioni locali di tipo neurogeno». L’HRV permette quindi di evidenziare queste disfunzioni posturali dovute allo stress prima che diventino patologie conclamate.

Variabilità e adattabilità: i dati SDNN e RMSSD

Cosa misura concretamente l’HRV? Suppo chiarisce che la variabilità della frequenza cardiaca è la misurazione dell’intervallo di tempo tra un battito e l’altro. In uno stato di salute, questo intervallo deve essere variabile. «Se i battiti vanno, invece, verso un movimento più cadenzato, tipo metronomo, abbiamo una riduzione di variabilità che esprime un’incapacità del sistema di essere adattabile». I parametri analizzati sono principalmente due. «SDNN, che ci dà proprio la variabilità complessiva, e RMSSD, che ci indica la qualità della risposta valutando il sistema di recupero (parasimpatico). Più l’HRV è variabile, più abbiamo capacità di resilienza; minore è la variabilità, maggiori saranno le difficoltà a adattarsi e anche la struttura muscoloscheletrica andrà verso un tipo di postura rigida, con ridotta capacità di trasferimento del carico».

La ricerca sperimentale: HRV, rimuginio e controllo posturale

Per validare queste ipotesi, Suppo ha condotto un piccolo studio osservazionale su un campione di circa quaranta persone, incrociando i dati HRV con quelli della pedana stabilometrica. «Abbiamo dapprima misurato l’HRV in una stanza, valutando le frequenze del sistema parasimpatico e ortosimpatico, ma anche il VLF – Very Low Frequency, che identifica il rimuginio, ovvero quanto la persona è mentalmente attiva e reattiva».

Successivamente, i soggetti sono stati sottoposti a valutazione su pedana stabilometrica per 30 secondi, a occhi aperti e chiusi, senza agenti stressogeni esterni. «Inizialmente c’era una risposta coerente tra un buon HRV e oscillazioni variabili. Tuttavia, abbiamo notato un dato interessante: in presenza di valori di rimuginio (VLF) molto alti, le oscillazioni sulla pedana aumentavano ulteriormente, mentre noi ci aspettavamo una loro riduzione basandoci sulla letteratura esistente».

Approfondendo l’analisi attraverso i sensori periferici posizionati sulle dita di entrambe le mani, Suppo ha osservato la flussimetria degli emisferi cerebrali. «Abbiamo visto che al crescere del rimuginio oltre il massimo aumentava la funzione dell’emisfero sinistro, riducendo l’attività di quello destro. Poiché l’emisfero destro compartecipa al controllo posturale, ci siamo fatti l’idea che sotto stress, in difesa, ci mettiamo in una forma mentale che riduce l’allerta emotiva, ma al contempo spegne un meccanismo di controllo posturale. Chi è stressato fa molta più fatica a stare in equilibrio, lo sanno bene gli insegnanti di yoga. Lo stress disturba la postura sia biologicamente sia attraverso la perdita di percezione del corpo nello spazio».

Verso una valutazione posturale 4.0: l’uso clinico dell’HRV

La portata di queste scoperte ha ricaduta diretta sulla pratica ortopedica e riabilitativa. L’HRV può essere identificato come predittore di una traiettoria stressogena e come strumento per monitorare la risposta del corpo a un cambiamento, sia esso un nuovo stile di vita o l’adozione di un’ortesi. «Può inserirsi in una valutazione posturale 4.0, ma è necessario un dialogo multidisciplinare tra professionisti. Il corpo umano è un sistema complesso e non frammentato». L’HRV è molto sfruttato per il concetto di Health Span, ovvero la qualità di vita e la longevità vissuta in salute. Benché l’associazione diretta con la postura sia ancora un’area di ricerca pionieristica, Suppo la considera imprescindibile per il futuro.

«Nel mio lavoro osservo che se una biologia è variabile, abbiamo una mente resiliente e un corpo adattabile. Se siamo in una condizione di attacco, la nostra percezione dell’ambiente cambia». Suppo sottolinea come tecniche di respirazione e biofeedback possano regolarizzare istantaneamente la condizione del sistema nervoso autonomo. «Molte volte la nostra reazione a un evento non dipende solo dal trauma in sé, ma da come eravamo noi al momento dell’incontro con quel trauma. Lavorare sulla fisiologia della coerenza permette di recuperare più velocemente».

Ortesi, plantari e feedback biologico

In ambito tecnico, l’HRV potrebbe rivoluzionare il modo in cui prescriviamo e monitoriamo gli ausili. «Anche una semplice calza compressiva per l’emodinamica può fare la differenza nella coerenza cardiaca facilitando il ritorno linfatico. E se parliamo del plantare, che è una spinta attiva a ogni passo, l’HRV ci permette di capire se l’ortesi sta aiutando il sistema o se deve essere cambiata». Lo stesso vale per gli occhiali o gli apparecchi ortodontici: tutte entrate posturali che l’HRV può misurare oggettivamente. L’HRV funge quindi da metro per comprendere la traiettoria di risposta della struttura biologica e della persona stessa. «Si tratta di un indicatore ulteriore che consente di non guardare solo al pezzo meccanico, ma alla risposta fisiologica globale».

L’attenzione all’età evolutiva e il futuro della ricerca

In chiusura, Massimo Suppo rivolge un pensiero alla sua formazione originaria come neuropsicomotricista pediatrico. «Il mio obiettivo è seminare una nuova visione partendo dall’età evolutiva. È la reale direzione di lavoro per far sì che i ragazzi possano crescere nella migliore libertà possibile. Dobbiamo intervenire prima che le difficoltà si cristallizzino in strutture rigide e permanenti. Lavorare sui ragazzi significa garantire loro la possibilità di crescere con la massima libertà di movimento e di espressione biologica. Nella pratica clinica, purtroppo, ci confrontiamo spesso con quadri consolidati, dove la disfunzione ha avuto tempo di radicarsi profondamente. L’integrazione dell’HRV ci offre, invece, l’opportunità d’intercettare il disequilibrio quando è ancora latente. Se impariamo a operare sulla fisiologia del qui e ora, rispettando la memoria biologica del corpo, possiamo realmente imprimere una nuova direzione alla traiettoria di salute del paziente. Il mio auspicio è che questa visione possa alimentare una consapevolezza diversa: quella di un’innovazione tecnologica che non frammenta ma ricompone l’uomo nella sua intera meravigliosa complessità».

Tratto dal numero di settembre 2026 di Ortopedici&Sanitari

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