Tendinopatia del tibiale posteriore, a che punto è la ricerca?

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Carico eccessivo, sia per sovrappeso sia per sovrautilizzo, e piede piatto sono tra le cause più frequenti della tendinopatia del tibiale posteriore. La conseguenza principale è il dolore, che può essere forte al punto da limitare l’uso del piede.
Il percorso terapeutico è di tipo conservativo, composto da una parte farmacologica per ridurre l’infiammazione, da esercizi riabilitativi e, se il paziente ha il piede piatto, dalla prescrizione di un plantare su misura.

Se non trattata per tempo, questa tendinopatia può portare alla rottura del legamento, con conseguente necessità di intervento chirurgico.
Nel complesso, la tendinopatia del tibiale posteriore ha una prevalenza del 3,3% sulla popolazione generale, colpendo soprattutto chi soffre di piede piatto, le donne over 40 e i giovani calciatori.

Un gruppo di studio statunitense ha condotto una scoping review della letteratura per capire a che punto è la comprensione di questa condizione, individuare lacune e indicare la direzione futura per la ricerca.

Il lavoro ha visto collaborare la Harvard Medical School, la Northeastern University e il Tufts Medical Center di Boston e la Harvard University di Cambridge.
La ricerca condotta sulla letteratura ha permesso di selezionare 44 studi: 3 epidemiologici; 19 incentrati su diagnosi, biomeccanica della caviglia e valutazione; 10 sull’imaging; 12 sui trattamenti non conservativi; 1 sulle misure di outcome.

La successiva analisi ha messo in evidenza alcune delle caratteristiche tipiche del paziente con tendinopatia del tibiale posteriore: è spesso sovrappeso, ha muscoli di anca e caviglia deboli, scarso equilibrio ed eversione eccessiva nella gamba più lunga, associata ad azione compensatorie nella gamba più corta.

Inoltre, sono evidenziate un’accresciuta abduzione dell’avampiede ed eversione del retropiede. Il lavoro mette inoltre in evidenza quali sono le indagini più efficaci per diagnosticare la tendinopatia del tibiale posteriore. Dal punto di vista clinico, il test di sollevamento del tallone singolo, mentre da quello strumentale l’ecografia sembra essere molto utile.

Gli indici più utilizzati sono il Foot Function Index (FFI), la scala del dolore VAS e l’American Orthopedic Foot and Ankle Score (AOFAS), il solo a essere validato. Gli autori evidenziano anche alcune lacune epidemiologiche, in particolare legate al fatto che la tendinopatia è studiata soprattutto nelle donne over 40 e in alcune popolazioni di giovani sportivi: sarebbe quindi utile valutare anche altre fasce di età e il genere maschile, anche se meno colpito.

Quali sono i trattamenti conservativi più utilizzati? Partendo dal presupposto che la maggioranza degli interventi studiati è di carattere chirurgico, in quelli che si focalizzano sui trattamenti conservativi al primo posto ci sono i plantari, molto studiati, anche se mai in lavori randomizzati: la qualità dei risultati ottenuti è quindi inadeguata a stabilire un’evidenza. Anche la riabilitazione è un ambito studiato.

I percorsi sono per lo più basati sul rinforzo muscolare, ma non si definisce la durata del percorso riabilitativo minimo per ottenere risultati positivi su dolore e funzionalità. Servono quindi ulteriori studi, secondo gli autori, per fornire chiare indicazioni ai professionisti che si trovano a trattare pazienti con tendinopatia del tibiale posteriore e anche per capire quale sia il reale impatto sulla qualità di vita dei pazienti.

(Lo studio: Rhim, H.C.; Dhawan, R.; Gureck, A.E.; Lieberman, D.E.; Nolan, D.C.; Elshafey, R.; Tenforde, A.S. Characteristics and Future Direction of Tibialis Posterior Tendinopathy Research: A Scoping Review. Medicina 2022, 58, 1858. https://doi.org/10.3390/medicina58121858)

Stefania Somaré