Nei giorni scorsi ho avuto modo di riflettere sul piano approvato da Regione Sardegna a favore della domiciliarizzazione delle cure e dell’assistenza di anziani e persone affette da disabilità.

Un piano sicuramente in linea con la tendenza più volte emersa in vari ambiti negli ultimi anni, secondo cui l’assistenza deve, ove possibile, essere sempre più domiciliare e pertanto distribuita territorialmente.

Un fattore di sicuro stimolo a questo riguardo è rappresentato dalla Missione 6, ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza interamente dedicato al rafforzamento del Ssn soprattutto attraverso politiche volte alla diffusione di reti di prossimità, digitalizzazione e telemedicina.

È fuor di dubbio che una nazione come l’Italia, in cui i fattori demografici che vedono il costante incremento dell’età media rappresentano uno dei principali elementi da considerare per una pianificazione socioeconomica efficace, l’utilizzo di strumenti capaci di ottimizzare i processi terapeutici e assistenziali a lungo termine assume un valore di estremo rilievo.

In questo senso, un’assistenza sempre più territorialmente distribuita, capace di raggiungere il paziente dove si trova e limitando al minimo la sua ospedalizzazione, rappresenta la base su cui fondare il futuro di una sanità che sempre più spesso sarà costretta a fare i conti con una crescente necessità di efficientamento.

Le officine ortopediche e le ortopedie-sanitarie non possono permettersi di rimanere escluse da quest’onda di cambiamento che, se affrontata nel modo corretto, può farsi promotrice di una benefica evoluzione del comprato, portandolo ad avvicinarsi ulteriormente ai cittadini.

Le farmacie sono già state in grado di fare questo step evolutivo in passato, con il programma Farmacia dei Servizi, che ha portato migliaia di attività distribuite sul territorio nazionale a trasformarsi da semplici punti vendita a centri integrati per una salute di prossimità.

Perché non immaginare un percorso analogo per le aziende del nostro comparto?

Qualche passo in tal senso è già stato mosso grazie a proposte giunte al Ministero da ordini e associazioni di categoria per la promozione di un modello territoriale di questo tipo.

Personalmente, è sempre stata una mia visione del futuro della professione: una sensibile trasformazione delle attività, già oggi molto spesso punti di riferimento territoriale per definite categorie di utenza, elevandole a veri propri centri integrati e multidisciplinari per la salute e il benessere della persona, dove il tecnico ortopedico non si limita a fornire un presidio, ma eroga un servizio consulenziale, magari in stretta collaborazione con altri professionisti della riabilitazione e dell’assistenza.

Se, come professione, saremo capaci di fare nostre le innovazioni che oggi sono disponibili per la creazione di una salute distribuita sul territorio o addirittura domiciliare, potremmo fare leva sulla nostra propensione all’impiego di tecnologie per porci al vertice di questo modello, divenendo riconoscibili dalla comunità di pazienti come punto di riferimento per la risoluzione delle proprie esigenze in termini di benessere.

Strumenti per la telemedicina e la teleriabilitazione, dispositivi indossabili e dispositivi ortoprotesici sensorizzati potranno sempre più facilmente giocare, per esempio, un ruolo rilevante per portare l’assistenza e le terapie presso il paziente. Starà ai tecnici ortopedici di domani farsi trovare pronti come interlocutori credibili nella gestione di questa innovazione e non risultare esclusi da un processo che appare tanto necessario.

Tratto dal numero di settembre 2026 di Ortopedici&Sanitari

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