Uno dei concetti chiave per chi, come me, si occupa di analisi della postura è il principio di omeostasi, l’idea secondo cui il nostro corpo è costantemente orientato al raggiungimento e al mantenimento di una propria condizione di equilibrio. Quando qualcosa perturba tale condizione, l’organismo attiva meccanismi finalizzati a ristabilirla, avviando talvolta ad attività anomale e arrivando alla strutturazione di quelli che in posturologia sono definiti compensi. L’omeostasi, tuttavia, non riguarda solo l’assetto posturale di un individuo, ma ogni aspetto del funzionamento del suo organismo dal punto di vista fisiologico, biochimico e strutturale: tutto concorre al mantenimento di un equilibrio intrinseco.
Basti pensare agli scambi di elementi attraverso la parete cellulare, tali per cui gli ambienti ai suoi due lati tendono a bilanciarsi elettrochimicamente, o alla capacità del nostro cuore di battere con un ritmo non perfettamente regolare grazie all’elevata variabilità della frequenza cardiaca (HRV), indispensabile per mantenere in equilibrio il tono dei due rami del sistema nervoso autonomo, il simpatico e il parasimpatico.
Quando si è in salute, tutto tende all’equilibrio e il nostro organismo si configura come massima espressione di una “macchina” estremamente efficace ed efficiente, in cui nulla è lasciato al caso e in cui esiste una profonda corrispondenza tra forma e funzione. In questo sistema tanto perfetto quanto complesso s’inserisce un’intrinseca capacità di autoguarigione, una gestione delle funzionalità biologiche orientata verso uno stato di benessere che trova probabilmente nell’apparato scheletrico una delle sue espressioni più evidenti.
La capacità del tessuto osseo di decostruirsi per “alimentare” l’organismo di sostanze indispensabili come calcio e sali minerali, per poi ricostruirsi autonomamente modificandosi costantemente, di ripararsi dopo una lesione, di modellarsi sotto l’azione di forze esterne rappresenta una forma di medicina rigenerativa insita, fin dalla nascita, in ognuno di noi. Per questo il tecnico ortopedico sente molto vicina questa tematica, potendo con il proprio intervento agire direttamente sulla struttura scheletrica, supportandola, correggendola e facilitandone i processi di guarigione. O, in alcuni casi, sostituendosi a essa. Non può, infatti, un elemento protesico essere interpretato come forma di rigenerazione dell’arto nella sua funzione e struttura?
Rigenerazione, quindi, non solo di tessuti ma anche di processi, oggi amplificata dalle possibilità offerte da tecnologie sempre più performanti che portano uomo e strumento a integrarsi con livelli di ottimizzazione sempre maggiori. In questo scenario, per il professionista è essenziale la capacità di ascolto e interpretazione delle esigenze del corpo del paziente, accompagnando processi che non mirano tanto a forzare l’attività rigenerativa dell’organismo quanto a facilitarla e guidarla. Un caro amico, maestro in Ayurveda (medicina tradizionale indiana) mi ha di recente permesso di comprendere ancora meglio il valore di questo principio.
Secondo questa disciplina, infatti, ogni individuo è rappresentato da una specifica combinazione di tre elementi fondamentali (Dosha) in equilibrio tra loro e la patologia insorge proprio come conseguenza della perdita di tale equilibrio. In questa prospettiva, il ruolo dell’operatore non è concentrarsi solo sul sintomo, ma facilitare il percorso di riequilibrio dei Dosha, obiettivo ultimo del corretto funzionamento dell’organismo. Mi ha sempre affascinato osservare come, nella saggezza antica di culture in apparenza lontane dalla nostra, si possano ritrovare spiegazioni sorprendentemente semplici per descrivere processi biologici molto complessi.
Non è forse un caso, quindi, che sempre più spesso si assista all’integrazione di discipline olistiche nei percorsi di cura della medicina allopatica, con benefici che riguardano la salute del paziente nella sua globalità. La capacità – e forse anche l’umiltà – del professionista sta allora nel sapersi confrontare con approcci alla salute diversi da quelli ai quali è abituato, usandoli come occasione per affinare la propria capacità d’ascolto e per facilitare processi di guarigione e riequilibrio che sono, in ultima analisi, l’essenza stessa della salute.
Tratto dal numero di maggio 2026 di Ortopedici e Sanitari


