Instabilità gleno-omerale, il metodo WIP

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L’instabilità gleno-omerale è tra le patologie articolari più diffuse negli under 30; è definita in base alla gravità come lieve, con lassità sintomatologica, e grave, con lussazione vera e propria. Esiste poi una classificazione in base alla direzione dell’instabilità stessa: la più diffusa è anteriore, rappresentata da quasi il 90% dei casi, seguita dalla posteriore, con il 2-10% dei casi, e dalla multidirezionale, che invece è abbastanza rara.

L’instabilità gleno-omerale multidirezionale potrebbe essere definita come “una sublussazione o dislocazione sintomatica dell’articolazione gleno-omerale nelle direzioni inferiore, posteriore e anteriore”.

Si tratta di una condizione dolorosa e disabilitante che rende difficile non solo praticare sport, ma anche muovere l’arto superiore nelle attività lavorative e, più in generale, quotidiane. Di norma questa condizione viene inizialmente trattata con un programma riabilitativo per aumentare la funzione di scapola, cuffia dei rotatori e deltoide: insieme, queste tre strutture potrebbero infatti compensare la carenza articolare.

Un recente studio australiano si concentra proprio su questa patologia, descrivendo nel dettaglio un metodo riabilitativo specifico, il Watson Instability Program, che sembra raggiungere significativi miglioramenti in pazienti con instabilità gleno-omerale multidirezionale. Pubblicato nel 2016, questo programma punta a normalizzare i difetti del controllo motorio scapolare in modo paziente-specifico.

Negli anni il metodo è stato sottoposto a vari studi, alcuni randomizzati controllati e altri no, sempre con esiti positivi. Inoltre, sono state introdotte delle migliorie. Diviso in una prima fase di valutazione, seguita da quella pratica, il WIP sfrutta elastici riabilitativi per rinforzare la muscolatura dei pazienti: si parte dagli elastici morbidi per poi passare, gradualmente, a quelli gialli, di resistenza media, e poi verdi, i più resistenti. Per la funzione del deltoide vengono utilizzati anche dei piccoli pesi.

Esistono esercizi specifici per gli sportivi. In generale, tutti gli esercizi vengono prima somministrati per migliorare il controllo motorio, per concentrarsi solo in un secondo momento sulla resistenza e, infine, sul rinforzo muscolare. Il percorso riabilitativo viene svolto a casa, dal momento che inizialmente richiede più di una ripetizione al giorno. Una volta concluso il programma, si suggerisce ai pazienti un piano di mantenimento con esercizi da eseguire dalle 2 alle 3 volte la settimana.

Gli autori osservano che l’efficacia del programma migliora nel tempo, arrivando al suo picco a 24 settimane, quando i soggetti riescono a sollevare l’arto sopra la testa: è il momento in cui, di norma, gli sportivi riprendono l’allenamento.

Ci sono evidenze che il successo terapeutico dipenda anche dalla concomitante presenza di altre patologie che interessano la zona: per esempio, soggetti con malattie del tessuto cartilagineo devono eseguire gli esercizi con meno carico per rispettarne la fragilità, mentre quelli con schemi motori errati potrebbero richiedere più tempo per rispondere alla terapia. Pubblicato sul “Journal of Clinical Medicine”, lo studio vede la partecipazione di due centri fisioterapici, il “Melbourne Shoulder Group” di Prahran e il “Mill Park Physiotherapy” di South Morang, e di una università, la La Trobe University di Bundoora.

(Lo studio: Watson L, Pizzari T, Balster S, Lenssen R, Warby SA. Advances in the Non-Operative Management of Multidirectional Instability of the Glenohumeral Joint. J Clin Med. 2022 Aug 31;11(17):5140. doi: 10.3390/jcm11175140. PMID: 36079068; PMCID: PMC9456769)

Stefania Somaré

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