Frattura dell’anello pelvico, utilità della tecnologia 3D

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La stampa 3D va affermandosi sempre più in campo medico e sono molte le applicazioni per la creazione di modelli 3D e per la pianificazione di un intervento di ortopedia, anche per il trattamento delle fratture dell’anello pelvico.

Questo tipo di frattura richiede un intervento delicato, per via della particolare conformazione anatomica della parte, e si è introdotta la modellizzazione in 3D per prepararsi meglio all’intervento, anziché utilizzare la visione bidimensionale permessa da esame radiologico e TAC.

Obiettivo dell’intervento è fissare la rottura e ricostruire la simmetria dell’anello stesso. L’utilità dell’uso delle nuove tecnologie vi è laddove queste apportino reali miglioramenti alla pratica medica e ai risultati del paziente, altrimenti si rischia di far lievitare i costi di un intervento.

Questo l’obiettivo di una review olandese i cui autori si sono concentrati nel verificare l’effettiva utilità di un approccio 3D alla chirurgia dell’anello pelvico cercando nei motori di ricerca MEDLINE-Pubmed e Ovid-EMBASE studi di interesse, arrivando a selezionarne 18 per un totale di 988 pazienti: 9 studi caso-controllo, 8 studi su coorti trasversali e 1 studio prospettico.
Nessuno degli studi selezionati è randomizzato controllato, la tipologia che dà maggiori certezze in ambito scientifico.
Inoltre, non tutti gli studi erano focalizzati sugli stessi aspetti: la maggioranza, ovvero 12, da attenzione soprattutto all’instabilità dell’anello pelvico.

La maggioranza dei 988 pazienti coinvolti in questi studi è stata operata con il supporto della tecnologia 3D (694) e solo i restanti 294 con una metodica più tradizionale. Vediamo quindi i risultati delle analisi successive… Primo: a quanto sembra, le tecnologie 3D avrebbero un impatto positivo sulla riduzione dei tempi operatori che passerebbero da circa 26 minuti per vite a 15 minuti. Ma non tutti gli studi concordano su questo aspetto, essendoci anche chi non ha trovato riduzioni di tempo.

Positivi anche gli esiti sulla perdita di sangue, che sarebbe sensibilmente ridotta… occorre però precisare che solo uno studio tra quelli selezionati ha preso in considerazione questo aspetto. Infine, per rimanere nella fase intra-operatoria, alcuni studi indicano una riduzione dell’uso del fluoroscopio, con conseguente riduzione della dose radiante ricevuta da pazienti e operatori di sala.

Che dire, invece, del post-operatorio? Anche in questo caso, gli studi prendono in considerazioni aspetti diversi e ci sono quelli che sottolineano miglioramenti nel posizionamento delle viti o nella riduzione e altri che invece non trovano differenze. Inoltre, non è stato detto prima, nei 18 studi le tecniche 3D utilizzate sono cinque, differenti tra loro.

Gli autori concludono che probabilmente l’uso di una modellizzazione 3D e delle altre pratiche che utilizzato la tecnologia 3D ha dei vantaggi in ambito intra-operatorio, mentre soprattutto per quanto riguarda gli outcome sul paziente i dati sono ancora pochi. C’è da dire che una riduzione dei tempi operatori e della fluorimetria portano di per loro vantaggi alla struttura ospedaliera, in termini di costi per l’intervento, ma non è detto che ciò sia sufficiente. Occorre poter fare un completo bilancio costi/benefici. Come spesso avviene nelle revisioni che si occupano di tecniche innovative, gli autori sottolineano l’importanza di allestire degli studi comparativi tra le varie tecniche che permettano di verificarne utilità e, magari, individuare anche le migliori per ogni tipologia di paziente.

(Lo studio: Banierink H, Meesters AML, Ten Duis K, Doornberg JN, El Moumni M, Heineman E, Reininga IHF, IJpma FFA. Does 3D-Assisted Operative Treatment of Pelvic Ring Injuries Improve Patient Outcome?-A Systematic Review of the Literature. J Pers Med. 2021 Sep 18;11(9):930. doi: 10.3390/jpm11090930. PMID: 34575708; PMCID: PMC8470452)

Stefania Somaré

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