Nella medicina contemporanea, lo stress ha smesso di essere considerato una semplice condizione psicologica per rivelarsi uno dei più potenti agenti di alterazione fisiologica. Quando il carico emotivo supera la soglia di tolleranza, l’organismo non risponde solo con l’ansia, ma innesca una cascata biochimica capace d’influenzare la risposta immunitaria, i processi infiammatori e, come emerge con sempre maggiore chiarezza, la percezione e la persistenza del dolore. Nel caso della lombalgia, lo stress smette di essere un rumore di fondo per diventare un vero e proprio regista della patologia.
È in questo scenario che si inserisce uno studio clinico di particolare rilevanza condotto nel 2020 e pubblicato sul Journal of Pain Research, che si distingue per il rigore metodologico e l’ampiezza del campione. Analizzando 1.071 soggetti che presentavano un episodio iniziale di lombalgia, i ricercatori hanno monitorato l’evoluzione del disturbo a 12 e 24 mesi con un obiettivo ambizioso: identificare quali fattori psicologici, rilevati già nella fase acuta, potessero prevedere con precisione lo sviluppo di una disabilità cronica a lungo termine.
I risultati hanno confermato che la mente non è un elemento separato dal corpo, evidenziando due variabili fondamentali: lo stress percepito e l’auto-efficacia (self-efficacy). In particolare, la ricerca dimostra che alti livelli di stress psicosociale – sia esso legato alla sfera familiare, lavorativa o puramente soggettiva – rilevati al momento della prima manifestazione del dolore, non rappresentano semplici effetti collaterali del malessere fisico. Essi agiscono piuttosto come catalizzatori nociplastici capaci di fissare il dolore nel sistema nervoso centrale, impedendone la naturale risoluzione e favorendo quella sensibilizzazione centrale che è alla base della cronicità.
Specularmente, l’auto-efficacia – ovvero la convinzione profonda del paziente di poter gestire, controllare e influenzare attivamente il proprio stato di salute – è emersa come il principale fattore protettivo. Chi nutre la convinzione di poter guarire e mantiene un atteggiamento proattivo verso il recupero mostra probabilità drasticamente inferiori di scivolare nel baratro della cronicità, indipendentemente dall’entità del danno strutturale iniziale.
L’evidenza clinica
Tradurre i numeri di un’ampia ricerca longitudinale in strategie terapeutiche efficaci richiede una sensibilità clinica capace di guardare oltre il referto radiologico. Per questa ragione, abbiamo analizzato le implicazioni dello studio con Franco Fiorentini, reumatologo e fisiatra, responsabile dell’Unità Operativa di Riabilitazione motoria dell’Istituto Clinico Villa Aprica di Como. Fiorentini, che da anni si confronta con la complessità del dolore cronico, non si limita a confermare i dati, ma offre una prospettiva preziosa sul perché, nella pratica quotidiana, la “biologia dello stress” sia ancora la grande assente nelle valutazioni ambulatoriali.
Fin dalle prime battute, il commento del clinico è netto. «In generale, è noto da diversi anni che uno dei fattori principali di cronicizzazione della lombalgia risiede proprio nelle componenti psichiche, eppure continuiamo a trattare la schiena come se fosse un ingranaggio isolato dal resto del sistema».
Fiorentini sottolinea che lo stress, inteso nella sua triplice accezione – soggettiva, familiare e lavorativa – agisce come un vero e proprio predittore di prognosi negativa. «Questi fattori, presenti al momento in cui la lombalgia si manifesta per la prima volta, agiscono come un imprinting negativo», spiega il professionista, sottolineando come il carico emotivo alteri profondamente la percezione del sintomo fisico.
Oltre il danno tissutale: perché il dolore diventa cronico?
Uno degli aspetti più complessi della lombalgia è l’assenza, in molti casi, di una correlazione diretta tra l’entità del danno anatomico (visibile tramite risonanza o radiografia) e l’intensità del dolore percepito. Franco Fiorentini insiste molto su questo punto, notando che lo studio conferma che la cronicizzazione non dipende necessariamente dalla gravità di un’ernia o di una degenerazione discale. «È molto interessante l’aspetto dello stress correlato alla capacità della persona di affrontare il problema», osserva l’esperto.
S’introduce qui il concetto di auto-efficacia, che Fiorentini descrive in termini estremamente chiari. «Se una persona pensa di non farcela, se è convinta che quel dolore significhi la fine della sua vita attiva o lavorativa, quella convinzione diventa una profezia che si autoavvera».
Il clinico riporta il dato dello studio secondo cui i pazienti con bassa auto-efficacia mostrano punteggi di disabilità molto più elevati a due anni, indipendentemente dalle terapie fisiche ricevute. Fiorentini sottolinea che la self-efficacy è la convinzione che il paziente ha di poter essere promotore del proprio benessere, una forza interna che bilancia lo stress esterno.
La trappola del catastrofismo e della fear avoidance
Nel dialogo con Fiorentini emerge un termine tecnico cruciale: il catastrofismo. Questo fenomeno psichico porta il paziente a sovrastimare la gravità del proprio stato e a immaginare scenari futuri invariabilmente negativi. «Spesso il paziente, leggendo referti radiologici che riportano parole come ernia, protrusione o discopatia, si spaventa oltre misura». Questo innesca il meccanismo della fear avoidance (evitamento per paura). Il paziente, terrorizzato dall’idea che il movimento possa peggiorare la situazione, smette di muoversi.
Fiorentini avverte, però, che «il riposo a letto non deve superare i due o tre giorni. Oltre questo limite, l’immobilità diventa un fattore di rischio per la cronicizzazione». L’evitamento porta a un decondizionamento fisico e a un irrigidimento muscolare che conferma alla mente che il problema è gravissimo. «È un circolo vizioso dove lo stress alimenta la paura, la paura blocca il corpo, e il blocco del corpo conferma alla mente che il problema è cronico».
L’importanza del follow-up: cosa succede dopo 24 mesi?
Lo studio clinico ha analizzato i risultati a uno e due anni, un lasso di tempo che Fiorentini definisce fondamentale. Il dato a due anni dimostra che «se non s’interviene sulla componente psichica e sulle strategie di coping (gestione dello stress) fin dalle prime settimane, il rischio è di condannare il paziente a una gestione farmacologica cronica o a interventi chirurgici non risolutivi».
Fiorentini commenta i dati a lungo termine evidenziando come la forchetta tra pazienti resilienti e pazienti fragili tenda ad allargarsi. «Questo ci dice che non possiamo più permetterci di guardare solo alla colonna vertebrale, dobbiamo guardare alla persona nel suo insieme».
Il clinico evidenzia come i pazienti che iniziano il percorso con un alto livello di stress e una bassa auto-efficacia mostrano una resistenza cronica alle terapie convenzionali, suggerendo che il trattamento meccanico da solo non sia sufficiente.
Test di valutazione e tempi operativi
Un punto dolente sollevato Franco Fiorentini riguarda l’applicazione pratica dei test di valutazione. Nonostante esistano strumenti validati per intercettare i pazienti a rischio (come le scale per l’ansia, la depressione o lo stato di salute generale come SF-36), il loro utilizzo nella pratica quotidiana è quasi nullo.
«Queste scale di valutazione nell’uso ambulatoriale quotidiano non vengono usate perché richiederebbero molto tempo», spiega con rammarico Fiorentini. «Sono scale lunghe, complicate, che richiedono un’attenzione che il medico spesso non può dare nel tempo di una visita standard».
Questo crea un vulnus profondo: sappiamo quali pazienti rischiano la cronicità, ma non abbiamo il tempo o l’organizzazione per applicare gli strumenti che ci permetterebbero di identificarli preventivamente. Attualmente, l’uso di questi test rimane confinato agli studi clinici universitari o di ricerca, lasciando la pratica clinica orfana di un supporto diagnostico fondamentale.
Il limite del meccanicismo: la situazione culturale italiana
Franco Fiorentini riflette ampiamente sul perché in Italia sia così difficile integrare la componente psichica nel trattamento del dolore. «Siamo ancora troppo legati all’idea che il mal di schiena sia solo una questione meccanica di ossa e dischi». Esiste un gap culturale sia nei medici sia nei pazienti. «Se suggerisci a un paziente una consulenza psicologica per un dolore fisico, spesso si offende».
Il paziente percepisce il consiglio come un segnale evidente del fatto che il medico non gli creda. Questa prevenzione impedisce di affrontare il dolore nociplastico – quel dolore che nasce da una disregolazione del sistema nervoso centrale – e spinge verso soluzioni puramente farmacologiche o chirurgiche che spesso falliscono. «Dobbiamo smettere di dire al paziente che “è tutto nella sua testa”, come se fosse una colpa, e spiegare invece che è lì che il dolore viene elaborato e amplificato dallo stress».
L’approccio multidisciplinare e alimentare
Per superare il limite del meccanicismo, Fiorentini propone un modello di gestione olistica e multidisciplinare. «L’ideale sarebbe avere un centro in cui si dispone del clinico, del reumatologo, del fisiatra, dell’ortopedico per alcuni tipi di valutazioni, ma anche dello psicologo o della psichiatra».
Lo specialista aggiunge un ulteriore tassello spesso trascurato: lo stile di vita e l’alimentazione. «Avere qualcuno che possa dare dei consigli alimentari, sia per correggere il sovrappeso sia per seguire diete antinfiammatorie, è fondamentale».
Sebbene l’argomento sia a volte banalizzato sul web, Fiorentini sottolinea che esistono presupposti scientifici solidi: un corpo infiammato da una cattiva alimentazione reagisce peggio allo stress e al dolore. L’obiettivo non è solo curare il sintomo, ma ridurre l’infiammazione sistemica che funge da benzina per il dolore cronico.
Verso un cambio di paradigma per i professionisti sanitari
Lo studio longitudinale analizzato dimostra che la battaglia contro la cronicizzazione si vince o si perde nei primi mesi, intervenendo sulla resilienza e sulla gestione dello stress. «Dobbiamo superare l’approccio puramente meccanico – conclude Fiorentini –. Se non intercettiamo lo stress e non promuoviamo l’auto-efficacia, stiamo perdendo l’occasione di guarire realmente il paziente».
Per gli ortopedici e i sanitari, la sfida del futuro è quella di integrare la precisione chirurgica e fisiatrica con la comprensione profonda del vissuto psicologico della persona. Solo così potremo garantire che l’innovazione e la scienza arrivino a chi ne ha bisogno, non solo come rimedio temporaneo, ma come reale ripristino della qualità della vita.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2026 di Ortopedici&Sanitari


