Rottura del tendine d’Achille, meglio intervento open o mininvasivo?

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Tendinopatia d'Achille, IOR arruola pazienti per sperimentazione

Con i suoi 15 cm di lunghezza e 5-6 mm di spessore, il tendine d’Achille è il più grande tendine del corpo umano. Dal punto di vista anatomico, esso unisce il gastrocnemio e il soleo ai muscoli del calcagno, permettendo il movimento della caviglia, in particolare la plantarflessione del piede, e la flessione della gamba sulla coscia.
Inoltre, questo tendine assorbe parte delle tensioni che si generano durante la camminata, la corsa e il salto, di fatto proteggendo il piede da un carico eccessivo.

La lesione acuta del tendine d’Achille avviene generalmente in individui soggetti a tendinopatia, nei quali il tessuto fibroso si è indebolito nel tempo per un carico eccessivo: ecco allora che un evento traumatico può tradursi in una rottura, parziale o totale. Maggiore è la rottura e più incisivi sono i sintomi. Ma chi è maggiormente soggetto a questo infortunio? Certamente gli sportivi, soprattutto se maschi: gli uomini corrono infatti un rischio cinque volte maggiore delle donne di incorrere in questa lesione. Gli sport più colpiti sono quelli che richiedono un continuo cambio di direzione, scatti e salti, come calcio, basket e tennis.

L’età più colpita è invece tra i 30 e i 40 anni. Ci sono poi altri fattori che aumentano la probabilità di incorrere in una rottura di questo tendine, tra cui l’aumento ponderale, la disidratazione e l’uso di fluorochinoloni e di infiltrazioni con cortisonici che irrigidiscono il tendine. In generale si può dire che l’incidenza di questo infortunio è intorno ai 18 individui ogni 100.000. In caso di lesione parziale, si può procedere con l’immobilizzazione della caviglia per dare tempo al tendine di rimarginarsi.

Quando invece la rottura è completa di norma si interviene chirurgicamente, ricucendo i due lembi del tessuto. In entrambi i casi è richiesta una fisioterapia. Ma qual è il tipo di approccio chirurgico migliore da utilizzare? Negli anni, infatti, alle tecniche open se ne sono affiancate altre mininvasive. Una recente revisione sistematica statunitense ha messo a confronto gli esiti di interventi open e mininvasivi partendo da 10 studi randomizzati e controllati, per un totale di 522 pazienti: 260 sottoposti a chirurgia tradizionale e 262 a chirurgia mininvasiva.

Gli autori hanno messo a confronto l’indice post-operatorio AOFAS (the American Orthopaedic Foot and Ankle Society), il tasso di complicanze e il tasso di recidiva per le due modalità di intervento, verificando l’assenza di differenze statisticamente significative. Le due tecniche iniziano a diversificarsi invece per quanto riguarda il tasso di lesione del nervo surale, maggiore negli interventi mininvasivi rispetto a quelli open, e per il tasso di infezione superficiale, nettamente maggiore nelle tecniche tradizionali rispetto a quelle mininvasive. Gli autori hanno individuato infine differenze significative anche nel tempo operatorio, nettamente maggiore negli interventi open, con 51 minuti contro i 29.7 della tecnica mininvasiva. Gli autori concludono sottolineando che gli approcci mininvasivi sono sicuri ed efficaci, anche se servono più studi controllati e randomizzati per confermare quest’affermazione.

(Lo studio: Attia AK, Mahmoud K, d’Hooghe P, Bariteau J, Labib SA, Myerson MS. Outcomes and Complications of Open Versus Minimally Invasive Repair of Acute Achilles Tendon Ruptures: A Systematic Review and Meta-analysis of Randomized Controlled Trials. The American Journal of Sports Medicine. December 2021. doi:10.1177/03635465211053619)

Stefania Somaré

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