Rifratture da fragilità del femore e ruolo di farmaci per dormire

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L’incidenza di osteoporosi e fragilità ossea è in continuo aumento e, con queste, anche il numero delle fratture in età adulta e anziana. La letteratura sottolinea che il rischio di frattura da fragilità aumenta dopo un primo evento fratturativo, motivo per il quale la prevenzione secondaria è di estrema importanza.

Tra i modelli attivi per gestire i pazienti anziani che hanno avuto una frattura da fragilità c’è il Fracture Liaison Service (FLS), nato a Glasgow (Scozia), un modello che si prefigge di seguire il soggetto a partire dalla fase diagnostica, favorendo anche la comunicazione tra gli specialisti coinvolti, tra i quali l’ortopedico, il geriatra e anche i servizi sociali.
Tra i punti da considerare c’è, infatti, anche eliminare ogni possibile ostacolo dall’ambiente in cui il soggetto vive. I FLS permettono inoltre di raccogliere dati da utilizzare a scopo di ricerca.

Uno studio giapponese ha analizzato il tasso e i fattori di rischio di fratture secondarie in soggetti seguiti dai FLS operati per una frattura al femore prossimale. Il periodo di riferimento è quello della pandemia da Covid-19, durante il quale anche in Giappone sono state stabilite limitazioni al movimento. 299 i pazienti coinvolti in questo studio multicentrico, dei quali solo 172 sono giunti fino alla fine del follow-up di 12 mesi, iniziato dopo l’intervento chirurgico.

L’età media del campione è di 81.6 nni, mentre il BMI di 21.9 kg/m². Una parte dei soggetti era affetta da patologia: diabete (18%), broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO – 2.3%), patologia renale (5.2%), tiroidea (9.3%) e tumore maligno (14.5%). Il 19.8% dei soggetti era già in cura con un trattamento contro l’osteoporosi. Tutti gli altri lo hanno iniziato dopo l’intervento per frattura, usando per lo più il bifosfonato (154).

Altre opzioni sono state il denosumab (3), l’ormone paratiroideo (3), modulatori del recettore selettivo dell’estrogeno (4) e vitamina D3 attiva (8). Circa il 6.4% dei soggetti era composto da alcolisti, mentre il 14.5% da fumatori. Il 30.8% aveva già subito una frattura. 5 dei 172 pazienti hanno subito una seconda frattura entro 6 mesi dall’intervento, mentre altri 14 entro 1 anno.

Un primo confronto ha messo in rilievo alcune caratteristiche di questi 20 soggetti rispetto al resto del campione, che non si è fratturato nuovamente: un uso maggiore di farmaci per dormire, una storia più frequente di precedenti fratture, valori inferiori di HDS-R al ricovero e della scala Functional Independence Measure (FIM) alle dimissioni, una mancata riduzione nei 12 mesi di follow-up di TRACP-5b e P1NP, associata a uso di farmaci diversi dal bifosfonato.

Tra queste caratteristiche, tanto l’analisi univariata, quanto quella multivariata, ha messo in risalto l’uso di farmaci per dormire e il valore di FIM alle dimissioni come fattori di rischio per incorrere in una seconda frattura. Questi risultati suggeriscono, quindi, di non fornire solo una terapia anti-osteoporosi ai pazienti che si fratturano l’anca, ma di stratificarli per individuare quelli che necessitano di interventi multidisciplinari aggiuntivi.

(Lo studio: Ishizu, H., Shimizu, T., Yamazaki, S. et al. Secondary fracture rates and risk factors 1 year after a proximal femoral fracture under FLS. J Bone Miner Metab (2023). https://doi.org/10.1007/s00774-023-01426-x)