Quanto incide realmente la curva sulla statura? Quanti centimetri si perdono in relazione ai gradi di deformità? In caso di scoliosi idiopatica, il tema dell’altezza è una preoccupazione ricorrente in pazienti e genitori. Esistono formule matematiche che consentono di stimare la perdita staturale a partire dall’angolo di Cobb e di rispondere a queste domande, ma si tratta di modelli necessariamente approssimativi, che non esauriscono la complessità tridimensionale della deformità.

Nelle scoliosi non gravi, la quantificazione dei centimetri persi non riveste un ruolo centrale nella pratica clinica: nelle curve di media entità rappresenta spesso un’informazione orientativa, mentre nei casi più severi può avere implicazioni funzionali e terapeutiche più importanti.

Comprendere quanto la perdita di altezza sia realmente significativa, quali siano i limiti dei metodi di calcolo disponibili e in quali contesti il dato staturale diventi clinicamente determinante è l’obiettivo di questa analisi con Carmelo Pulici, medico fisiatra presso ISICO (Istituto Scientifico Italiano Colonna Vertebrale).

Scoliosi e statura: curiosità o problema clinico?

Tra le domande che più di frequente emergono durante la visita specialistica per scoliosi idiopatica vi è quella relativa all’altezza. Nelle curve di media entità, la questione è spesso legata più alla percezione del giovane paziente (al timore di essere più basso rispetto ai coetanei) che a un reale problema di salute. Dal punto di vista strettamente clinico, infatti, la riduzione staturale è generalmente contenuta e non comporta un impatto significativo.

Il quadro cambia nelle scoliosi più gravi, in cui la deformità può assumere anche un rilievo funzionale e quindi sanitario. «Nelle curve di media entità la perdita di centimetri è spesso un dato trascurabile e rappresenta più una curiosità del paziente che un vero problema clinico – sottolinea Pulici –. La prospettiva cambia nelle forme più severe, in cui la deformità tridimensionale della colonna può determinare una riduzione più significativa dell’altezza del tronco e avere implicazioni anche funzionali. Distinguere tra scoliosi lievi e gravi diventa, quindi, essenziale per comprendere il reale significato clinico del dato staturale».

Che cosa dicono i numeri

Se si considera l’entità concreta della perdita staturale, i dati della letteratura indicano che il fenomeno è mediamente contenuto nelle curve non severe. Studi condotti su ampie popolazioni di pazienti con scoliosi hanno riportato una perdita media di altezza pari a circa 3,38 cm nelle femmine e 2,86 cm nei maschi. Le formule matematiche più utilizzate, come quelle di Kono e di Stokes, stimano che una curva di 80° possa comportare una riduzione compresa tra 3,5 e 5,5 cm, mentre per curve di 100° la perdita stimata varia tra 4,5 e 8,5 cm. 

Si tratta, tuttavia, di stime teoriche, basate su modelli matematici che si basano su una rappresentazione bidimensionale della deformità. «Nelle curve di media entità parliamo generalmente di un paio di centimetri: è un dato trascurabile dal punto di vista clinico – precisa Pulici –. Diverso è il discorso nelle scoliosi più gravi, dove la perdita di altezza diventa più evidente e può inserirsi in un quadro clinico più complesso, soprattutto quando la curva supera gli 80 gradi».

Il problema della misurazione

Nel corso degli anni, la letteratura scientifica internazionale ha proposto diversi modelli matematici per stimare la perdita di altezza nei pazienti con scoliosi. Le formule di Stokes e di Kono si basano prevalentemente sull’angolo di Cobb, ossia sulla misura radiografica della deviazione laterale della colonna.

Tuttavia, numerosi studi hanno evidenziato come l’utilizzo esclusivo del Cobb rappresenti una semplificazione eccessiva di un fenomeno strutturalmente complesso. Il limite principale è di natura geometrica: il Cobb misura l’inclinazione sul piano frontale, mentre la scoliosi è una deformità tridimensionale. «L’angolo di Cobb prende in considerazione solo una componente bidimensionale della deformità – spiega Pulici –. La scoliosi comprende anche la rotazione vertebrale e le alterazioni del profilo sagittale, aspetti che questa misura non intercetta. Di conseguenza, due pazienti con identico angolo di Cobb possono presentare una perdita staturale differente, in funzione dell’estensione della curva, del numero di vertebre coinvolte, del grado di rotazione e delle modificazioni del profilo sagittale. È questa variabilità strutturale a rendere le stime puramente matematiche necessariamente approssimative».

Quando il calcolo diventa clinicamente rilevante

Nonostante i limiti concettuali delle formule basate sull’angolo di Cobb, ad oggi non esistono strumenti alternativi validati in grado di fornire una stima più precisa e immediata della perdita staturale. «Purtroppo non abbiamo una formula che sostituisca quella di Stokes – osserva Pulici –. Possiamo fornire una stima al paziente, ma si tratta di un dato orientativo, che deve essere interpretato con cautela. Nelle scoliosi di media entità il calcolo rimane comunque un’informazione indicativa, con scarso impatto decisionale. Diversa è la situazione nei casi più severi, dove l’altezza influisce sulla corretta interpretazione dei parametri respiratori, come la capacità vitale forzata (FVC) e il volume espiratorio nel primo secondo (FEV1), che vengono calcolati in relazione alla statura del paziente. Vi è poi un ulteriore aspetto, di natura motivazionale, legato al trattamento chirurgico, perché nelle curve sopra gli 80 gradi, di pertinenza chirurgica, la correzione consente anche un recupero in altezza. Più che conoscere con precisione quanto si è perso, per il paziente diventa rilevante sapere quanto può guadagnare dopo l’intervento».

Una formula dall’AI?

Se oggi la stima della perdita di altezza rimane legata a formule necessariamente approssimative, gli sviluppi futuri potrebbero approdare a modelli computazionali capaci di integrare la natura tridimensionale della deformità. «L’obiettivo non è inseguire una precisione fine a sé stessa, ma disporre di strumenti rapidi e affidabili quando il dato staturale incide realmente sulla valutazione del caso, dalla valutazione dei parametri respiratori fino al contesto chirurgico – conclude Pulici –. Con l’AI e con le nuove tecnologie sarà più semplice costruire un modello in grado di restituire in pochi istanti un dato verosimile. Questo ci consentirà di rispondere ai pazienti durante la visita in modo rapido e più preciso».

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di giugno 2026 di Ortopedici&Sanitari.

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