Nel baseball, così come in altri sport di lancio, le spalle e i gomiti giocano un ruolo fondamentale, ma non sono i soli. Il lancio è, infatti, un gesto tecnico complesso, che coinvolge tutto il corpo, a partire dagli arti inferiori che raccolgono l’energia del lancio, distribuendola poi lungo la catena del dorso fino al braccio che lancia. Una lesione in qualunque delle componenti in gioco impedisce lo svolgimento corretto di questo gesto tecnico.

Un recente studio giapponese, condotto dall’Università di Tokyo in Scienze della Salute e pubblicato sul Journal of Physical Therapy Science, si concentra sul recupero del gesto del lancio in giovani giocatori di baseball che hanno subito una lesione a spalla o gomito.

In particolare, lo studio prende in considerazione l’intervento sul “gomito basso” durante il lancio durante la fase riabilitativa. Generalmente, in fase di recupero si lavora sul lancio a vuoto, ovvero in assenza di palla e al di fuori del normale contesto di gioco.

In questa fase, l’atleta lavora seguendo le istruzioni dello specialista che, pian piano, vanno a correggere la posizione scorretta del gomito durante il lancio. Pur esserndo una tecnica comprovata, ci sono studi che suggeriscono che, una volta rientrati sul diamante di gioco, gli atleti perdono i miglioramenti acquisiti in clinica, continuando a utilizzare il gomito in posizione errata.

Ecco allora che lo studio citato va a valutare proprio ciò che accade in un contesto più simile a quello di gioco, introducendo un compagno di lancio.

Che cosa succede dal lancio a vuoto al lancio?

Lo studio coinvolge 46 atleti positivamente sottoposti al recupero del lancio con la tecnica del lancio a vuoto, con correzione del gomito ottenuta e assenza di dolore durante il lancio. Ai partecipanti è stato inizialmente chiesto di lanciare una palla verso una rete, posizionata a 10 metri di distanza e, successivamente, a un compagno, posizionato a circa 27 metri di distanza.

I lanci sono stati ripresi con una telecamera e, quindi, sottoposti ad analisi del movimento in 3D per verificare la presenza o meno del “gomito basso“. Lo studio conferma quanto già ipotizzato da altri lavori: se il tasso di “gomito basso” è risultato dello 0% durante la fase riabilitativa con lancio a vuoto, sale nel lancio alla rete, arrivando a un 13% e cresce rapidamente nel lavoro di coppia, giungendo al 58,7%. Se la percentuale di “gomito basso” nel lancio alla rete è ancora da considerarsi soddisfacente, quella raggiunta nel lavoro con il compagno è decisamente troppo alta.

Quest’ultimo test, d’altronde, è quello che maggiormente somiglia alla vera condizione di gioco. Si può presumere che questi atleti, tornati in campo, continueranno a utilizzare il “gomito basso” durante il lancio, riducendo la performance sportiva e mettendosi a rischio di nuove lesioni.

Il punto centrale nello studio sta nel dimostrare la necessità di introdurre in ambito clinico dei contesti riabilitativi che davvero riproducono il contesto di gioco reale: il limite è altrimenti di lavorare in modo inadeguato per un buon ritorno sul campo sportivo. Gli autori suggeriscono, per esempio, l’introduzione del lancio a rete, e quindi al compagno, come atto riabilitativo, prima di passare ad attività di lancio libere.

Fonte: Kawai K. Clinical effects of shadow throwing instruction on improving the “elbow dropped” position: an examination of reproducibility during net and partner throwing drills. J Phys Ther Sci. 2026. doi: 10.1589/jpts.38.408.

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