Per dare un’idea di chi sia la pluricampionessa mondiale di para-climbing Lucia Capovilla, uno sguardo al suo ricco palmares è senz’altro utile. Ma più che ai risultati conquistati – ultimo in ordine di tempo la doppietta di medaglie d’oro ottenuta alle World series di Laval in Francia – è significativo dare uno sguardo a quel che sognerebbe di fare ed essere.

«Vengo da una famiglia di artisti e musicisti e, oltre a un papà polistrumentista, ho una sorella cantautrice. Forse anche per questo mi piacerebbe applicarmi con più dedizione allo studio della chitarra e se finora non l’ho fatto è per pura pigrizia. Chi mi conosce bene dice che se davvero lo volessi, allora riuscirei anche a suonare. Nel frattempo, amo dedicarmi nei momenti liberi all’arte della pittura, sebbene con la discontinuità tipica di una vita sportiva e professionale molto intensa».

Pannello Venezia
Pannello Venezia

Il lato nascosto

Capovilla è nata priva dell’avambraccio sinistro e quando attorno ai 18 anni ha deciso di ascoltare il richiamo delle pareti di roccia ha scelto di non avvalersi delle protesi, trovando un metodo personale che le ha consentito di agire con maggiore libertà ed efficacia. D’altra parte, la volontà di percorrere sentieri diversi dal consueto per giungere all’obiettivo è il leitmotiv dell’iridata veneziana, avvezza a confrontarsi con un ambiente esterno forse non del tutto ostile ma indubbiamente complesso. Le esperienze fatte caratterizzano oggi anche il suo impegno come motivatrice e formatrice e quello di infermiera.

«Mi sono sempre mossa in un mondo che non era disegnato per persone come me e ho imparato a gestire in autonomia e con ostinazione operazioni del quotidiano che per altri sono banali e che per me sono state autentiche sfide. Legare i capelli con una treccia, per esempio. Ho avuto la fortuna di incontrare a un certo punto persone che mi hanno invitato a raccontarmi e mi hanno ispirato. Per diventare trainer ho seguito solamente il flusso degli eventi perché credo di avere una certa naturale predisposizione alla comunicazione e all’aiutare le persone».

La carriera di Lucia Capovilla in ambito motivazionale ha preso il via grazie al sostegno di uno sponsor e ha avuto luogo inizialmente fra le scuole e le imprese organizzatrici di eventi ad hoc. Si può dire, però, che la vocazione arrivi da (molto) più lontano.

«Ho lavorato presso una comunità psichiatrica e socioassistenziale insieme a un team di educatori e ho iniziato in quella circostanza a rendermi conto che determinate tecniche relazionali o di controllo delle emozioni usate in quel contesto potevano in realtà andare a vantaggio di tutti. Eppure, difficilmente le si insegna o, in altre parole, molto raramente c’è qualcuno che insegni a gestire il lato interiore».

Più in alto degli schemi

Le è risultato decisamente semplice trasferire in parole e tradurre in una narrazione articolata quel che stava traendo dal lavoro in corsia come infermiera e quel che aveva messo in pratica sin da bambina per fare fronte a situazioni più o meno critiche. A questo ha sommato doti ulteriori e forse iscritte nel suo codice genetico.

«Mi attrae la possibilità di fare emergere il potenziale altrui e l’irriducibile unicità di ognuno. È un aspetto che sovente viene trascurato e per questo basti pensare alla natura tranchant dei giudizi in base ai quali si viene valutati nelle aule scolastiche. A volte è difficile, ma ritengo sia necessario, accettare che ciascun individuo abbia schemi e approcci del tutto suoi e scoprire in maniera collaborativa le chiavi di una interazione. È la mia storia: disponevo di pochi strumenti e suggerimenti che mi indicassero come trovare una strada, accettarmi e svelare il mio potenziale al di là degli schemi imposti dall’esterno».

È stato quasi inevitabile che, a fronte delle sue inclinazioni, Lucia Capovilla abbia accarezzato anche l’idea di iscriversi a un corso di laurea in Scienze dell’Educazione e la Psicologia l’ha nondimeno tentata. Nell’infermieristica ha tuttavia reperito la sua dimensione ideale, a mezza via fra lo specialismo tecnico della Medicina e la relativa astrattezza dell’analisi psicologica, basata su una buona conoscenza del corpo quanto della mente.

«L’opportunità di impiego in una comunità psichiatrica mi è semplicemente capitata e mi ha aperto scenari impensati. Ogni patologia psichiatrica ha risvolti e criticità sui generis e personalmente avevo a che fare soprattutto con pazienti acuti dai disturbi moderati. Gli obiettivi, colti non di rado e con tempi necessariamente lunghi, coincidevano con il reinserimento nel panorama occupazionale, la gestione di una casa e delle relazioni sociali, la condivisione di esperienze. I corsi ad hoc che ho prima seguito e poi svolto mi hanno permesso di capire che i cosiddetti sani spesso non sanno come maneggiare sensazioni quali l’aggressività e la rabbia, o fenomeni di depressione, ma le accetta.

Questo non avviene con i pazienti, persone che si scostano dagli schemi e dai tabù e non riconoscono i contesti adatti nei quali dare sfogo alla loro diversità. Ho cercato di cogliere il loro non essere fuori dal mondo, perché fuori dal mondo mi sono sentita anche io: poco accettata, guardata con diffidenza, con compassione o paura».

Prima via lunga
Prima via lunga

L’alternativa possibile

Non è o non è sempre stata una roccia inscalfibile, Lucia Capovilla, che ha ammesso di aver più volte sentito risuonare dentro di sé «la vocina che diceva “non ce la faccio”» e ha però saputo sperimentare mezzi e metodi di reazione agli eventuali insuccessi. La sofferenza si è tradotta in un’ininterrotta guerra interiore che l’ha forgiata, conferendole «creatività, ottimismo, indipendenza, perspicacia, capacità di anticipare il problema, trovare l’alternativa al consueto, a quel che ci hanno insegnato».

Nella formazione, la climber non vuole arrogarsi la pretesa di dare agli interlocutori gli strumenti che non aveva, vuole invece comunicare che «tutti possono e devono identificare i loro strumenti» ed è convinta che «il sistema sanitario dovrebbe investire molto di più su questo tipo di supporto».

L’opera di sensibilizzazione può transitare tanto dalle vetrine dei grandi eventi paralimpici quanto dalla presenza sulle pagine patinate di testate vocate (anche) al glamour sullo stile di Vanity Fair, che le ha appunto dedicato un servizio.

«Lo sport si avvicina così a un pubblico più vasto e gli orizzonti si estendono. Si offre un’immagine chiara della persona prima e più che non della sua disabilità; il distacco fra campione e cittadino comune finisce per essere cancellato e con esso il pregiudizio (positivo) secondo il quale gli sportivi paralimpici hanno la classica marcia in più. Perché non è così: anch’io guardavo loro come si guarda ai Power ranger o a delle invincibili Tartarughe ninja e tutto questo mi è servito a prendere coscienza e dire a me stessa: datti da fare».

Darsi da fare ha voluto dire di recente per Lucia Capovilla riorganizzare da sé il team dei professionisti coi quali si prepara – tecnici, chinesiologo, mental coach – assumendosi l’intera responsabilità delle scelte compiute, dopo il passaggio dalla palestra di Arco alle Fiamme Oro.

«È stato per molti versi un salto nel vuoto ed è uno dei motivi per cui attribuisco un grande valore agli ori di Laval. Gli appartenenti allo staff sono diventati l’espressione delle loro singole parti integrate dentro me. Continuiamo ora con il Campionato italiano e le Coppe del mondo in Giappone e Corea ma il bersaglio grosso è il pass per le Olimpiadi di Los Angeles del 2028, che staccherei vincendo il Campionato mondiale nell’agosto dell’anno prossimo. Sto valutando con attenzione il calendario delle competizioni, per arrivare all’appuntamento in condizione ottimale»

Servirà ancora un pizzico di creatività – «perché consente di comprendere come eseguire una scalata e come dosare le energie» – e un po’ di carburante lo darà sicuramente la playlist musicale che porta sempre con sé ed è suddivisa per generi e mood adatti alle varie fasi dell’approssimarsi delle gare. Appassionata dello stile cantautorale («per me i testi sono forse la cosa più importante») e dei Beatles, ricorre alla techno più estrema prima di iniziare l’arrampicata. E nella vita come in parete la sua evoluzione è ben lungi dal completarsi.

«Posso immaginarmi nelle vesti di coach per restituire all’universo il favore che mi ha concesso, permettendo ad altre persone di inseguire il loro sogno e di concretizzarlo. Prima, però, sento di avere ancora molto da imparare».

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