Frattura distale del radio, quali sono le misure di outcome più diffuse?

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La frattura distale del radio è tra le lesioni più frequenti, rappresentando circa il 17% di tutte le fratture.
La prevalenza varia con l’età. Vi incorrono soprattutto gli under 18 e gli over 50: tra i giovani, in particolare i maschi che svolgono attività sportive come sci, calcio, snowboard e rugby, mentre tra gli ultracinquantenni soprattutto le donne, complice anche la maggiore predisposizione all’osteopenia.

La lesione diventa poi particolarmente frequente negli anziani, nei quali è seconda solo a quella del femore. Come quest’ultima, spesso richiede un intervento chirurgico.

L’obiettivo di qualunque trattamento, che sia conservativo o chirurgico, è consentire al paziente di tornare a svolgere le proprie azioni quotidiane. La valutazione del successo del trattamento passa necessariamente dall’osservazione di misure di esito, possibilmente ben stabilite e standardizzate. Queste possono essere misure oggettive, come il range of motion, oppure riportate direttamente dal paziente, come il dolore e la funzionalità.

Una recente revisione australiana valuta quale sia la reale utilità delle misure di esito funzionali riportate negli studi di intervento tra il 2010 e il 2020 su persone di età compresa tra i 19 e i 64 anni con frattura del radio distale.

Condotta dalla Western Sydney University e dalla clinica Inner West Hand Therapy & Rehabilitation, la revisione si basa su un considerevole numero di studi, ovvero 119, per un totale di 9408 pazienti, nel 68% dei casi donne. Le misure di outcome prese in considerazione sono dagli studi sono in tutto 31, ma le più frequenti sono 3: il DASH, questionario di autovalutazione del paziente che fornisce indicazioni sulla funzionalità; il range of motion (ROM), che dà una misura oggettiva della possibilità di movimento articolare; il grip strenght che misura la forza di presa della mano.
Altri 3 indicatori molto utilizzati sono poi il dolore e due indici di funzionalità, il questionario per la valutazione del polso (PRWE) e il The Gartland and Werley Score (GWS).
Gli autori hanno osservato che in molti casi gli studi utilizzano più di una misura di outcome, arrivando a sceglierne anche 8, sebbene la media sia 4: l’idea dei ricercatori è che ciò avvenga per coprire al meglio tutti i domini della Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF).

La scelta delle misure di outcome presenta inoltre un’influenza geografica: si vede così che il DASH è molto utilizzato in USA, Svezia, Paesi Bassi e Cina, mentre il Grip è presente nel 100% degli studi Svedesi, Austriaci, Giapponesi e Turchi e il ROM del 100% dei lavori Australiani, Austraici e Turchi. Esiste poi una certa variabilità temporale: nell’arco dei 10 anni presi in considerazione, per esempio, il DASH è stato sempre più utilizzato, mentre ROM e Grip hanno perso di importanza. Insomma, seppur con una certa eterogeneità, si vede la maggiore attenzione data alle misure di outcome riportate dai pazienti rispetto alle misure funzionali oggettive.

(Lo studio: Norton B, Bugden B, Liu KP. Functional outcome measures for distal radius fractures: A systematic review. Hong Kong Journal of Occupational Therapy. 2022;35(2):115-124. doi:10.1177/15691861221114264)

Stefania Somaré