La riabilitazione motoria fa uso, quando possibile, di esoscheletri per cercare di migliorare il passo di pazienti affetti da diverse patologie.
Per favorire il passo, molti di questi esoscheletri presentano una pedana su cui il piede deve appoggiare: sebbene utili, queste strutture modificano inevitabilmente la rigidità del piede e della caviglia, un aspetto che ha un ruolo importante nel modulare l’energia dell’impulso in arrivo dalla gamba.

Un team di ricerca della Pennsylvania State University ha studiato gli effetti della pedana sul passo (Schmitthenner, D., Sweeny, C., Du, J., and Martin, A. (April 13, 2020). The Effect of a Stiff Foot Plate On Walking Gait Mechanics. ASME. J Biomech Eng).
Lo studio è stato condotto su 16 soggetti adulti sani e ha indagato anche il peso della lunghezza delle pedane in questione.
Ne sono state quindi utilizzate due: una che arriva fino al metatarso e un’altra che supera l’alluce, quindi più lunga del 20%.

I ricercatori hanno esaminato in particolare alcuni parametri del passo: velocità, frequenza, angoli dell’anca, del ginocchio, della caviglia, dell’avampiede e del pollice.
Inoltre, sono state prese in considerazione le forze di reazione con il suolo.

Le principali variazioni di parametri sono state determinate dalla pedana più lunga che ha ridotto il Range Of Motion del 13% e la forza di reazione con il suolo del 23%, mentre la pedana corta incide sul ROM ma in misura minore.
Nessuna delle due pedane influenza, invece, la velocità della camminata o le cinematiche dell’anca e del ginocchio, suggerendo che i soggetti testati siano stati capaci di compensare le carenze date dalle pedane.
Sarebbe necessario, però, valutare che cosa succede in un soggetto patologico.

Stefania Somaré

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