Camminare è uno dei gesti più familiari e automatici per gli esseri umani, eppure anche un movimento così semplice continua a rivelare aspetti biomeccanici ancora inesplorati. Un nuovo studio pubblicato su Journal of Applied Biomechanics dimostra, infatti, che alcune specifiche caratteristiche del piede, come la forza delle dita e la lunghezza del tallone, possono influenzare in modo significativo le prestazioni nel cammino.
La ricerca, coordinata dalla University of North Carolina e della North Carolina State University, entrambe a Chapel Hill, ha analizzato il rapporto tra struttura del piede, capacità neuromuscolari e performance nella camminata in giovani adulti sani. I risultati ricordano come aspetti anatomici difficilmente presi in considerazione siano invece determinanti nell’efficienza del passo.
Lo studio
Alla ricerca hanno partecipato quindici adulti sani, otto donne e sette uomini, di età media di 26 anni. I ricercatori hanno valutato una varietà di parametri, tra cui la velocità di camminata, la velocità di camminata spontanea, la forza dei flessori delle dita e le caratteristiche antropometriche del piede, come la lunghezza del tallone e dell’alluce.
Per effettuare le misurazioni sono stati utilizzati sistemi di motion capture, elettromiografia e dinamometri specifici per le estremità inferiori.
Dita forti, maggiore resistenza
Tra le osservazioni raccolte, spicca il ruolo della forza dei muscoli flessori delle dita del piede: i ricercatori hanno notato che i candidati con le dita più forti presentavano una migliore resistenza alla camminata, percorrendo distanze maggiori a parità di tempo. Questo perché, secondo gli esperti, una maggiore forza di questi piccoli muscoli si traduce in una propulsione più efficiente nella fase di spinta del passo, consentendo di mantenere il movimento nel tempo con un minor dispendio energetico.
Oltre che fornire il supporto, il piede sembra, quindi, contribuire attivamente alla generazione della forza necessaria all’avanzamento del corpo.
Talloni corti, passo più veloce
Un altro risultato interessante riguarda la struttura anatomica del tallone. Gli autori hanno rilevato che i soggetti con una minor lunghezza del calcagno avevano una velocità di camminata spontanea più elevata: un dato che suggerisce che leve ossee più corte possono condizionare positivamente la biomeccanica del passo, migliorando l’efficienza del lavoro muscolare e tendineo.
Ci sono anche caratteristiche anatomiche che non si sono dimostrate determinanti. Non sono emerse, per esempio, correlazioni significative tra performance del cammino e lunghezza delle dita, né con lo spessore del muscolo flessore breve delle dita.
Le implicazioni in clinica e nella riabilitazione
In generale i risultati dell’indagine mettono in luce l’importanza delle relazioni tra struttura e funzione del piede per le prestazioni di deambulazione che possono fornire un quadro di supporto al lavoro clinico e riabilitativo.
Tra le possibili implicazioni, la progettazione di studi futuri o programmi di esercizio più mirati per implementare la forza del flessore della punta, oppure il design di calzature, solette o altri dispositivi per migliorare la propulsione del piede, dedicati ai pazienti con specifiche problematiche nell’andatura, come gli anziani, le persone con deficit neurologici e i diabetici.
Smith R.E., Gray A.,Gomez-Palacios S., et al. Form and Function: Stronger Toes and Shorter Heels Associate With Better Gait PerformanceJ Appl Biomech. 2026 Jan 12;42(2):95-101.


