Riabilitazione virtuale nelle paralisi cerebrali infantili

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Infezioni contratte dalla madre durante la gravidanza, anomalie della placenta e del funicolo, gestosi, uso di droghe in gravidanza, malattie della coagulazione nel feto, carenza di vitamina B12, setticemia neonatale sono alcune delle cause che possono portare a paralisi cerebrale infantile (PCI).

L’incidenza media nel mondo è di 2-3 bambini ogni 1.000 nati vivi, ma questi numeri crescono fino a quadruplicare nei Paesi svantaggiati.
In Italia ne sono affetti circa 100.000 individui, numero che cresce di circa 1.000 unità l’anno.

A essere colpite sono soprattutto l’area del movimento volontario e della coordinazione, ma vengono coinvolte anche la funzione sensoriale, con difficoltà a raccogliere le informazioni provenienti dagli organi di senso e a interpretarle e integrarle, le funzioni cognitive, con problemi nel linguaggio, la deglutizione e il controllo dello sfintere. La PCI è grave in circa il 25% dei colpiti. Non rare le manifestazioni epilettiche.

Questi soggetti vanno seguiti lungo tutto l’arco della vita, anche dal punto di vista ortopedico e riabilitativo. Dato l’avvento dell’integrazione della realtà virtuale nei percorsi riabilitativi anche di soggetti con PCI, un gruppo di lavoro dell’Università di Exeter, in UK, e annesso ospedale universitario, e dell’Università Taibah di Medina, in Arabia Saudita, ha revisionato quanto presente in letteratura per avere un quadro dell’efficacia di questi interventi sugli arti superiori più chiaro.

Gli autori si sono concentrati solo sui bambini e su studi randomizzati e controllati. 7 gli studi individuati, per un totale di 202 pazienti. Due i test utilizzati come misura di outcome: il Quality of Upper Extremity Skills Test (QUEST), in 4 studi, e il test di forza di presa, nei restanti 3. Una volta analizzato con attenzione gli studi presi in esame, sottoponendoli anche a un Albatross plot da parte di due revisori indipendenti, gli autori hanno evidenziato l’esistenza di contraddizioni nei loro risultati.

Ciò non permette di dare alla revisione un chiaro esito: gli autori concludono che le evidenze che sin qui supportano l’uso di una riabilitazione virtuale in soggetti con PCI sono scarse e deboli, il che dovrebbe guidare le scelte degli specialisti.

Inoltre, si osserva che le soluzioni utilizzate finora, almeno negli studi di letteratura, sono sistemi commerciali di tipo non immersivo, normalmente dei giochi: questi, secondo gli autori, non sono personalizzabili e non permettono di sottoporre i piccoli pazienti a percorsi riabilitativi basati sulle loro reali esigenze. Questo potrebbe essere l’anello debole, ma ovviamente sarebbe da verificare. Ecco perché, secondo questo studio, occorre continuare a fare ricerca in questo ambito.

(Lo studio: Alrashidi M, Wadey CA, Tomlinson RJ, Buckingham G, Williams CA. The efficacy of virtual reality interventions compared with conventional physiotherapy in improving the upper limb motor function of children with cerebral palsy: a systematic review of randomised controlled trials. Disabil Rehabil. 2022 May 16:1-11. doi: 10.1080/09638288.2022.2071484. Epub ahead of print. PMID: 35575755)

Stefania Somaré