Riabilitazione post frattura di anca, considerazioni dalla Norvegia

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Le fratture da fragilità crescono di numero nei Paesi europei e non solo, la causa principale è l’allungamento della vita media che si porta dietro un naturale indebolimento delle ossa. Dal punto di vista epidemiologico, si stima che il 18% delle donne e il 6% degli uomini nel mondo andranno incontro a rottura del femore nel corso della vecchiaia, benché vi siano differenze di incidenza da Paese a Paese. Con queste percentuali, entro il 2050 si stima di arrivare a 4.5 milioni di fratture di femore l’anno.

Un numero davvero esorbitante, equivalente alla somma delle odierne popolazioni che abitano Milano e Roma. Spesso la frattura di femore viene trattata chirurgicamente: rispetto al passato, però, si ha attenzione a non tenere allettati i pazienti per troppo tempo, ma di farli alzare quanto prima perché non perdano di autonomia. In questo senso è importante anche avviare un percorso riabilitativo ad hoc.
Come devono essere questi percorsi per essere efficaci su una popolazione fragile e spesso colpita da varie comorbidità?

Un recente studio norvegese si è concentrato proprio su questo aspetto, chiedendo in particolare ai fisioterapisti di esprimersi rispetto agli attuali percorsi riabilitativi. La risposta è stata che quanto già esistente è inadeguato, poco studiato e troppo frammentario per rispondere alle esigenze di pazienti così complessi.

Gli autori dello studio hanno combinato interviste a discussioni di gruppo coinvolgendo 22 fisioterapisti di quattro ospedali e dodici contesti di cura primaria urbani e rurali, conducendo poi un’analisi dei contenuti tematica. Secondo quanto raccolto, i principali ostacoli a un servizio di riabilitazione adeguato sarebbero le dimissioni anticipate dall’ospedale, i frequenti trasferimenti tra un setting e l’altro e la presenza di staff insufficienti a seguire tutti i pazienti che ne avrebbero necessità.

Altro dato interessante evidenziato da questo lavoro è che i pazienti a maggior rischio di non essere ben riabilitati sono quelli con disabilità cognitive, che avrebbero probabilmente bisogno di contesti e percorsi appositi. Insomma, anche nella illuminata Norvegia, dove l’attenzione ai cittadini sembra essere sempre estremamente elevata, esistono carenze dal punto di vista riabilitativo, in particolare nei confronti dei soggetti più anziani, che sono poi anche i più complessi. Gli autori concludono lo studio suggerendo di sviluppare degli approcci riabilitativi centrati sulla persona e sulle sue esigenze e che tengano conto della condizione geriatrica.

Inoltre, è necessario investire sulla formazione di skill professionali rivolte ai pazienti con disabilità cognitive che rischiano di essere lasciati indietro: ricordiamo che una mancanza di autonomia acquisita a seguito di una frattura di femore non manca di pesare sull’intera società, aumentando i costi dell’assistenza… abbiamo tutti interesse, quindi, che questi anziani ricevano le migliori cure riabilitative possibili.
Lo studio è stato condotto dal Department of Health and Functioning della Western Norway University of Applied Sciences di Bergen, in Norvegia appunto.

(Lo studio: Hordvik HB, Reed IH, Tenden S, Van den Bergh G. Physiotherapists´ experiences with older adults´ rehabilitation trajectory after hip fracture: A qualitative study in Western Norway. Physiother Theory Pract. 2021 Nov 29:1-15. doi: 10.1080/09593985.2021.2007557. Epub ahead of print. PMID: 34842493)

Stefania Somaré