Protesi e riabilitazione virtuale, i limiti da superare

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(foto archivio)

Benché le protesi di arto superiore siano sempre più performanti, una buona percentuale degli utilizzatori le abbandona: si parla del 26% per le protesi body powered e del 23% per quelle elettriche.
Ci sono vari studi che analizzano le ragioni di questa difficoltà nell’accettare la protesi e sentirla come parte del proprio corpo e molto ruota intorno alla difficoltà di percepirla come parte di sé se non offre la percezione del tatto.

Inoltre, l’uso di una protesi attiva non è immediato e richiede allenamento da parte del paziente e forza di volontà per affrontare le difficoltà. Ecco perché, secondo alcuni studi, una riabilitazione in realtà virtuale potrebbe facilitare l’accettazione del dispositivo da parte del paziente e favorirne un uso prolungato nel tempo.
Ciò varrebbe tanto per una RV immersiva che non immersiva: il punto è che il paziente viene catturato dal gioco riabilitativo mentre i feedback vocali lavorano sulla sua emotività spronandolo a concentrarsi e fare sempre meglio. Questo approccio è tuttavia poco diffuso per il momento.

Uno studio condotto dall’Università del Qatar in collaborazione con l’Università Federale di Uberlandia, in Brasile, indaga la diffusione dell’uso dell’approccio virtuale in questo ambito e suggerisce anche una serie di spunti per diffonderlo maggiormente.

Gli autori hanno quindi cercato in letteratura studi inerenti all’uso della RV nella riabilitazione protesica, trovandone in tutto 42. Questi sono stati quindi divisi in due categorie: articoli concentrati sui sistemi di controllo back-end; articoli focalizzati sulla componente front-end e sul sistema nel suo insieme.
Una volta analizzati con attenzione, ciò che si evince è che la maggior parte di questi studi coinvolgono pazienti sani, non amputati, come prova iniziale della tecnologia. Ciò è vero soprattutto se si guardano gli studi con alti numeri di partecipanti: tra questi, il 71% non hanno amputazioni.

Ciò è un problema, perché l’obiettivo finale dovrebbe essere valutare l’efficacia di un certo approccio riabilitativo su pazienti amputati che devono effettivamente utilizzare un dato tipo di protesi. C’è poi un altro aspetto da considerare: come valutare l’efficacia di una protesi?

Secondo gli autori, è necessario inserire negli studi sia outcome obiettivi, quindi misurazioni di score di movimento e funzione, sia valutazioni personali dell’utente, perché queste ultime offrono uno scorcio sull’esperienza del paziente, che poi incide sull’uso o meno della protesi.
Gli autori sottolineano inoltre che per facilitare l’uso della RV nella riabilitazione protesica è necessario effettuare studi che si concentrino non solo sugli aspetti tecnici, ma anche su quelli socioeconomici e culturali: senza questo passaggio, anche il sistema più perfetto faticherà a essere utilizzato.

Inoltre, sarebbe utile inserire dei feedback non solo visivi, per aumentare la partecipazione anche emotiva del paziente. C’è poi da dire che il mondo della protesica sta facendo progressi rapidi, con sviluppo di interfacce per l’interazione paziente-protesi, per esempio, ma non solo: è essenziale che la riabilitazione virtuale si adegui a queste innovazioni, proponendo modelli che siano effettivamente utili al tipo di protesi usata dal paziente.

I fattori da tenere in considerazione sono quindi molti e rappresentano, probabilmente, anche la ragione per cui alla fine, anche se indicata come efficace dagli studi, la RV non è spesso usata nella riabilitazione dei pazienti con protesi in clinica. Lo studio è molto dettagliato. È pubblicato sulla rivista “IEEE Transactions on Neural Systems and Rehabilitation Engineering”.

(Lo studio: Gaballa A, Cavalcante RS, Lamounier E, Soares A, Cabibihan JJ. Extended Reality X-Reality for Prosthesis Training of Upper-Limb Amputees: A Review on Current and Future Clinical Potential. IEEE Trans Neural Syst Rehabil Eng. 2022 May 30;PP. doi: 10.1109/TNSRE.2022.3179327. Epub ahead of print. PMID: 35635835)

Stefania Somaré