Capire come una protesi viene usata nella quotidianità può incidere sulla progettazione delle protesi stesse e dei servizi a esse associati.

Una review sistematica britannica ha valutato la letteratura scientifica esistente su metodologie e tecnologie utilizzate per valutare l’utilizzo delle protesi per arto inferiore e superiore (Chadwell A, Diment L, Micó-Amigo M, et al. Technology for monitoring everyday prosthesis use: a systematic review. J Neuroeng Rehabil. 2020;17(1):93. Published 2020 Jul 14. doi:10.1186/s12984-020-00711-4).
Dei 69 studi osservati – tratti da vari motori di ricerca (PubMed, Web of Science, Scopus, CINAHL ed EMBASE) – 60 erano sugli arti inferiori e solo 9 su quelli superiori.

Se i numeri sono così diversi è perché gli studi sull’efficacia delle protesi di arto inferiore sono iniziati nei primi anni 2000, mentre quelli per gli arti superiori solo di recente.
Nonostante questi numeri, gli autori evidenziano che gli studi sugli arti superiori sono più precisi, usano algoritmi per capire non solo quanta attività viene fatta dai paziente, ma anche la qualità dei movimenti e quindi l’impatto sulla qualità di vita; questi studi, inoltre confrontano i risultati quotidiani con gli score clinici ed effettuano confronti tra protesi di tipo diverso e suo nelle diverse popolazioni di pazienti.

Di contro, gli studi sulle protesi di arto inferiore si somigliano e si basano su un monitoraggio attivo per mettere a confronto le diverse componenti della protesi, usando il conto dei passi come unica misura di attività.
La review permette quindi di sottolineare come un monitoraggio tecnologico dell’attività ha più valore se usato in sinergia con gli score clinici e i feedback degli utilizzatori: questo metodo permette infatti di capire se le protesi sono davvero utili ai soggetti.

Il limite di questo metodo sta nei costi e nella vita della batteria, oltre al fatto che queste tecnologie sono di difficile reperimento nei Paesi in via di sviluppo.
La review è stata condotta dall’Università di Salford, dall’Università di Southampton e dal Consorzio di Ricerca internazionale Exceed Research Network, che si occupa proprio di disabilità, protesi e ortesi.

Stefania Somaré

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