Il microbiota potrebbe avere un ruolo attivo nello sviluppo della spondiloartrite assiale nelle donne. È quanto emerge da una nuova ricerca sperimentale sostenuta dalla Fondazione italiana per la Ricerca in Reumatologia (Fira), presentata presso la Sala Stampa nazionale di Milano: si apre così la strada a possibili approcci terapeutici più mirati e personalizzati.
La spondiloartrite assiale è una malattia infiammatoria cronica che colpisce la colonna vertebrale, le articolazioni sacroiliache del bacino e le entesi, il sito di giunzione tra osso e tendine. Si stima che in Italia colpisca oltre mezzo milione di persone. Oggi è sempre più evidente che non si tratti di una patologia prevalentemente maschile come si pensava in passato: il rapporto di incidenza maschio/femmina è 1:1 e la forma non radiografica della patologia trova una maggior prevalenza nel genere femminile, con caratteristiche specifiche, spesso ancora poco riconosciute.
Lo studio sostenuto dalla Fira ha coinvolto numerosi atenei italiani e collaboratori stranieri, indagando il ruolo del microbiota cervicovaginale, ovvero l’insieme dei microrganismi che popolano naturalmente il tratto genitale femminile e contribuiscono all’equilibrio immunitario, nello sviluppo della spondiloartrite assiale. Attraverso un approccio multimodale integrato, che ha combinato analisi del microbiota, modelli sperimentali in vivo e tecniche avanzate di profilazione molecolare mediante lo studio del trascrittoma su singole cellule del sistema immunitario, i ricercatori hanno osservato che nelle donne con spondiloartrite si verifica un’alterazione significativa dell’equilibrio microbico.
Lo studio, in via di pubblicazione, ha come obiettivo collegare ciò che accade a livello delle mucose genitali con la risposta immunitaria dell’intero organismo. Abbiamo osservato che nelle donne colpite da spondiloartrite la conta dei batteri definiti protettivi si riduce, mentre aumenta il numero di microrganismi associati a uno stato di attivazione immunitaria. Questo squilibrio potrebbe non essere solo una conseguenza della malattia, ma contribuire attivamente al suo sviluppo. Tale ipotesi è rafforzata dai dati sperimentali raccolti sui modelli murini: alterazioni del microbiota sono in grado di innescare una risposta infiammatoria che, nel tempo, può estendersi a tutto l’organismo e coinvolgere anche le articolazioni.
Il microbiota e la sua influenza sul corpo umano
L’alterazione del microbiota (disbiosi) cervicovaginale, definita da profonde modificazioni nella composizione microbica, nei profili metabolici e nelle signature immunitarie locali, può favorire la persistenza di infezioni (come l’HPV). L’alterazione dell’ecosistema mucosale può amplificare risposte infiammatorie locali che, in alcuni casi, possono estendersi oltre il tratto genitale e contribuire all’instaurarsi di condizioni infiammatorie sistemiche.
È ampiamente documentato che il microbiota intestinale svolga un ruolo cruciale nelle artriti, in particolare nell’artrite reumatoide e nelle spondiloartriti, dove lo squilibrio microbico può agire come fattore scatenante, promuovendo l’attivazione immunitaria, l’infiammazione sistemica e il successivo coinvolgimento articolare. Il cosiddetto asse “intestino‑articolazioni” descrive il legame funzionale tra disbiosi intestinale e infiammazione sistemica. Uno squilibrio del microbiota può compromettere l’integrità della barriera intestinale, aumentando la permeabilità e permettendo il transito nel sangue di metaboliti microbici, antigeni batterici e mediatori pro‑infiammatori. Una volta in circolo, questi segnali possono modulare il sistema immunitario e contribuire all’attivazione di vie infiammatorie che favoriscono il danno articolare e la progressione della malattia. Alla luce di queste osservazioni, è importante inquadrare il microbiota e la mucosa cervicovaginale come componenti cruciali per interpretare la variabilità clinica e immunologica della malattia nel genere femminile.
Una nuova prospettiva non solo in reumatologia
Comprendere il legame tra microbiota e risposta immunitaria apre nuove prospettive per sviluppare terapie sempre più personalizzate e attente alle differenze di genere. Sebbene le malattie reumatiche autoimmuni presentino una prevalenza nettamente maggiore nelle donne, la maggior parte dei trial clinici continua a non riportare in modo sistematico i risultati stratificati per sesso e genere. Questa lacuna limita la capacità di identificare differenze significative nella risposta ai trattamenti, negli eventi avversi e nei percorsi di malattia, con il rischio di sottostimare bisogni specifici o pattern clinici distinti. Questo è evidente anche nelle spondiloartriti assiali, dove si riscontra un evidente ritardo diagnostico in ambito femminile.
È essenziale che i futuri studi clinici integrino fin dalla fase di progettazione un’analisi rigorosa delle variabili sesso e genere‑specifiche, adottando criteri di reporting uniformi e comparabili. Una tale standardizzazione non solo migliorerebbe la qualità e l’applicabilità delle evidenze, ma rappresenterebbe anche un passo fondamentale verso una medicina realmente personalizzata e inclusiva, capace di garantire benefici equi a tutte le persone affette da malattie reumatiche autoimmuni.
Le nuove tecnologie in nostro possesso hanno rivoluzionato la nostra capacità di studiare i vari distretti del corpo umano consentendo la classificazione computazionale in tipi cellulari ben distinti e offrendo nuove informazioni sulle loro funzioni. Queste conoscenze aprono opportunità senza precedenti per sviluppare e validare modelli in vitro fisiologicamente rilevanti (tra cui il sistema cervicovaginale), creando le basi per studi meccanicistici in grado di chiarire la causalità delle malattie e i processi che le sostengono.
(tratto da AboutPharma, giugno 2026)
(Immagine realizzata con IA)



