Una malattia spesso invisibile, difficile da diagnosticare e capace di incidere profondamente sulla qualità della vita: è la spondiloartrite assiale, una patologia reumatologica cronica infiammatoria che in Italia colpisce circa 40.000 persone.

In occasione della Giornata mondiale dedicata, che si celebra il prossimo 2 maggio, l’Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare (APMARR) promuove una serie di iniziative di sensibilizzazione, tra cui un webinar il 4 maggio sui propri canali Facebook e YouTube.

Spondiloartrite assiale: una diagnosi difficile

Proprio la diagnosi rappresenta oggi una delle principali criticità. «Il sintomo principale è il mal di schiena e, in assenza di segni evidenti di infiammazione, la malattia è difficile da riconoscere – spiega Salvatore D’Angelo, professore sssociato di Reumatologia presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi della Basilicata –. Per questo i pazienti arrivano spesso alla diagnosi dopo 6-7 anni, passando da diversi specialisti prima di giungere al reumatologo».

Nonostante i progressi diagnostici, come l’utilizzo della risonanza magnetica, il ritardo resta significativo. «Il problema oggi non è fare la diagnosi, ma arrivarci in tempo: diagnosi precoce e trattamento efficace devono andare di pari passo», aggiunge.

I farmaci contro la spondiloartrite assiale

Negli ultimi anni, infatti, le opzioni terapeutiche hanno rivoluzionato la gestione della malattia. «Oggi disponiamo di tre classi di farmaci avanzati – biologici anti-TNF e anti-interleuchina 17, oltre ai JAK inibitori – che consentono di controllare la malattia nella maggior parte dei pazienti», sottolinea lo specialista.

L’impatto di una diagnosi tempestiva è decisivo anche sul lungo periodo. «Possiamo non solo gestire il dolore, ma prevenire il danno e bloccare l’evoluzione della malattia – evidenzia D’Angelo –. Con cure adeguate, anche dopo molti anni i pazienti possono avere una qualità di vita del tutto normale».

Resta, però, fondamentale migliorare l’accesso ai percorsi di cura. «Servono più formazione e canali rapidi per indirizzare i pazienti al reumatologo. La ricerca deve continuare, puntando su nuove molecole e su terapie sempre più personalizzate».

L’importanza della riabilitazione

«La riabilitazione deve rappresentare un pilastro imprescindibile nella gestione della spondiloartrite assiale, accanto alla diagnosi precoce e al trattamento farmacologico. È essenziale un percorso personalizzato e multidisciplinare, che coinvolga reumatologo, fisiatra e team riabilitativo», sottolinea Andrea Bernetti, professore ordinario di Fisiatria presso l’Università del Salento e segretario generale della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa SIMFER.

Secondo l’esperto, l’esercizio terapeutico è un elemento chiave per mantenere la mobilità, ridurre la rigidità e prevenire complicanze: «Dagli esercizi di stretching e mobilità alle tecniche respiratorie, fino all’attività aerobica e al rinforzo muscolare, ogni intervento deve essere calibrato sui bisogni della persona».

Sul fronte della consapevolezza si gioca una delle sfide principali. «Oggi molte persone sono convinte che si tratti di un semplice mal di schiena, ma molto spesso non è così – sottolinea Antonella Celano, Presidente APMARR –. Il punto è conoscere per riconoscere: senza una corretta informazione sui sintomi, il rischio è quello di arrivare tardi alla diagnosi».

Secondo APMARR, il ritardo diagnostico è legato anche a un percorso di cura spesso frammentato. «I pazienti tendono a rivolgersi inizialmente ad altri specialisti e arrivano al reumatologo solo in un secondo momento, quando invece dovrebbe essere il primo riferimento – prosegue Celano –. Serve più cultura sulle malattie reumatologiche e sul ruolo dello specialista, perché oggi gli strumenti per diagnosticare e trattare la patologia esistono. Investire in informazione e sensibilizzazione è fondamentale per ridurre i tempi di diagnosi e migliorare la qualità di vita delle persone».

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