Long Covid e fibromialgia, uno studio del Rizzoli

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Da sinistra, i dott. Meliconi e Ursini

Il Long Covid, o sindrome postacuta da Covid-19 (PACS, Post Acute Covid Syndrome), abbondantemente documentato in letteratura, è una condizione che colpisce buona parte dei soggetti che hanno contratto il Covid-19 con sintomatologie anche molto differenti tra loro e che vanno dalla difficoltà di concentrazione alla stanchezza cronica, dallo sviluppo di patologie metaboliche a quello di affezioni cardiologiche, come se lo stato infiammatorio indotto dal virus portasse situazioni croniche che richiedono tempo per rientrare.

Tra i sintomi di questa condizione, anche dolori muscoloscheletrici e articolari e difficoltà a dormire, sintomi caratteristici anche della fibromialgia, una patologia reumatologica piuttosto diffusa nella popolazione che porta anche fatica cronica e problemi cognitivi. Queste similitudini, unite al fatto che negli ultimi mesi la struttura di Reumatologia dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna ha osservato un aumento di richieste ambulatoriali per problematiche associate alla fibromialgia tra i soggetti guariti dal Covid-19 acuto, hanno indotto i professionisti della struttura stessa ad avviare uno studio ad hoc. Obiettivo: capire se ci sia prevalenza di fibromialgia nei pazienti guariti da Covid-19 e individuare possibili predittori.

Lo studio ha visto la collaborazione di vari centri di reumatologia italiani oltre che dell’Università dell’Aquila, dell’Università Campus Biomedico di Roma, dell’Università di Torino e dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Lo studio si è basato su 28 domande inviate via web relative ad aspetti demografici, caratteristiche e durata della fase acuta da Covid-19, comorbidità, altezza e peso del soggetto e così via. Tutti i dati sono stati raccolti in forma anonima. Il campione analizzato consiste quindi di 616 soggetti guariti dalla malattia infettiva da 6 ± 3 mesi. 189 di questi soggetti è affetto da fibromialgia. Spiega questo e altri risultati il professor Francesco Ursini, primo autore dello studio: «abbiamo osservato per la prima volta al mondo che circa il 30% dei pazienti con PACS manifesta sintomi compatibili con la diagnosi di fibromialgia anche a distanza di sei mesi e oltre dalla guarigione dell’infezione acuta. Un aspetto interessante è che tra i principali fattori di rischio per sviluppare questa sindrome, che abbiamo definito FibroCOVID, vi sono in particolare il sesso maschile e l’obesità. Mentre l’obesità è un noto fattore predisponente per la fibromialgia e per le malattie muscoloscheletriche in generale, il sesso maschile è generalmente meno interessato da questa condizione». Secondo il professor Riccardo Meliconi, direttore della struttura di Reumatologia del Rizzoli, sottolinea: «questo dato, apparentemente sorprendente, in realtà concorda con l’accertata tendenza a sviluppare forme più severe di COVID-19 nei soggetti di sesso maschile – precisa il prof. Riccardo Meliconi. – Pertanto, nella nostra interpretazione, lo sviluppo di FibroCOVID potrebbe essere legato a forme di COVID-19 particolarmente severe che si riverberano sull’apparato muscoloscheletrico, sul sistema nervoso e su quello immunitario per molti mesi dopo la guarigione dell’infezione primaria, generando così la sintomatologia dolorosa». Questa è una scoperta molto interessante, anche perché aiuta nelle diagnosi da PACS. Ora occorre verificare se questa condizione tende a regredire in autonomia, man mano che passa il tempo dalla guarigione, oppure se tende a cronicizzare nella patologia primaria.
Studio: Ursini F, Ciaffi J, Mancarella L, et alFibromyalgia: a new facet of the post-COVID-19 syndrome spectrum? Results from a web-based surveyRMD Open 2021;7:e001735. doi: 10.1136/rmdopen-2021-001735
Foto: IOR FIBROCovid

Stefania Somaré