Una protesizzazione può andare incontro a infezione periprotesica, che può essere precoce, ritardata o tardiva. Nel primo caso l’infezione si presenta entro i 3 mesi dall’intervento, nel secondo entro l’anno, nell’ultimo anche dopo due anni.
Si tratta comunque di complicanze serie che richiedono diagnosi e interventi tempestivi.

Una review che ha visto la collaborazione di enti statunitensi e coreani ha evidenziato alcuni aspetti della diagnosi e del successivo intervento su infezioni periprotesiche a coltura negativa, eventi che rappresentano dal 5% al 42% del totale (Kalbian, I., Park, J.W., Goswami, K. et al. Culture-negative periprosthetic joint infection: prevalence, aetiology, evaluation, recommendations, and treatment. International Orthopaedics (SICOT) (2020).

I risultati della ricerca hanno evidenziato alcuni fattori di rischio che possono portare a colture negative, come l’uso di antibiotici nel periodo precedente la coltura e il drenaggio postoperatorio della ferita.
Per evitare di mancare la diagnosi di infezione periprotesica e riuscire a individuare i patogeni coinvolti sarebbe utile utilizzare protocolli che prevedano la ripetizione dei campioni, periodi di incubazione più lunghi, colture condotte in bottiglie da emocoltura, ma anche l’uso di sonicazione, di PCR sui fluidi sinoviali e di sequenziamento genico di nuova generazione.

La review ha voluto anche individuare i trattamenti più utilizzati e con maggiori responsi positivi, che riguardano l’uso di vancomicina e cefalosporine come antibiotici e una revisione della protesi a due stadi.
Quest’ultima, in particolare, ha dimostrato di essere efficace nel 70-100% dei casi.

Stefania Somaré

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