Fratture di bacino nell’anziano fragile, due tecniche a confronto

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Fratture dell'anello pelvico

Il principale problema legato alla frattura del bacino nell’anziano è la conseguente immobilizzazione: più questa è lunga, più il soggetto perde autonomia ed equilibrio interno.

Ecco perché le linee guida suggeriscono di utilizzare tecniche chirurgiche che rendano da subito stabile la parte interessata, consentendo il carico di peso, e che siano al tempo stesso mininvasive, per ridurre l’impatto su un sistema già di per sé delicato.

Due delle tecniche che rispondono contemporaneamente a entrambi questi criteri prevedono l’uso di viti sacroiliache (SI) o di viti trans-sacrali trans-iliache (TSTI), usate da sole o, a seconda della gravità della frattura, in sinergia con un fissatore esterno.

Un team tedesco ha pubblicato uno studio in cui valuta gli outcome a breve tempo di entrambe le tecniche, trovandole sicure, con un basso tasso di complicanze, associate a un sollievo dal dolore rapido nel postoperatorio e in grado di preservare il livello di indipendenza dei pazienti.

L’approccio mininvasivo, inoltre, consente una veloce mobilizzazione e previene anche le complicazioni che si verificano spesso nei pazienti trattati per via conservativa.

Lo studio è di carattere retrospettivo e ha visto il coinvolgimento a posteriori di 121 pazienti: 37 trattati con una o due viti SI; 57 trattati con una vite TSTI; 17 che hanno ricevuto la vite SI e anche il fissatore esterno; 10 che hanno ricevuto sia la vite TSTI che il fissatore esterno.

Tutti i pazienti sono stati operati in posizione supina in una sala ibrida, con un sistema di navigazione e un braccio robotico con rilevatore a schermo piatto 3D. Il sistema consente di effettuare un intervento mininvasivo.

Gli autori hanno inizialmente valutato lo score di dolore Visual Analog Scale pre e post-operatorio, quest’ultimo valutato al terzo giorno dopo l’intervento. Inoltre, sono stati considerati i valori di emoglobina pre e post-operatoria e anche il tasso di trasfusione nel periodo del ricovero.

Secondariamente, sono stati valutati anche la mortalità e l’insorgenza di complicanze entro sei mesi dall’intervento, come la perdita di viti, l’infezione profonda della ferita, la comparsa di sintomi neurologici e la perforazione cutanea da viti.

Importante anche l’osservazione delle complicanze non chirurgiche, come trombosi venosa profonda e infarto cardiaco, del tempo dell’intervento e della lunghezza del ricovero. I risultati, come già accennato, sono positivi: le complicanze sono avvenute in pochi pazienti, mentre il dolore è migliorato molto. Inoltre, la maggioranza dei pazienti che non sono potuti rientrare subito a domicilio, ma hanno avuto bisogno di un ricovero riabilitativo, sono poi riusciti a tornare a casa.

Alcuni sono stati invece ricoverati in strutture simili alle nostre RSA, ma solo 17: un numero abbastanza basso, se si considera che la frattura di bacino può ledere in modo importante l’autonomia se trattata nel modo scorretto.

Insomma, gli autori presentano le due tecniche descritte come sicure e dai buon outcome, almeno a breve termine. In ogni caso, dovendo stabilire quali delle due è migliore, si può dire che la TSTI previene maggiormente instabilità e perdita delle viti.

(Lo studio: Schuetze, K., Eickhoff, A., Dehner, C. et al. Short-term outcome of fragility fractures of the pelvis in the elderly treated with screw osteosynthesis and external fixator. Eur J Trauma Emerg Surg, 2021)

Stefania Somaré

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