Frattura del femore nell’anziano e rischio infarto

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Quando si parla di frattura di anca nell’anziano ci si riferisce al 90% a una frattura del collo del femore o a una frattura intertrocanterica: le fratture maggiormente associate a rischio di insufficienza cardiaca nel post-intervento in un anziano.

La letteratura sottolinea che, rispetto a un soggetto sano, quelli che riportano una frattura di femore e vengono sottoposti a intervento hanno un maggiore rischio di sviluppare insufficienza cardiaca, il che porta a un aumento dei giorni trascorsi in ospedale, un ritardo nel recupero, un aumento dei costi sanitari e, nel tempo, un rischio maggiore di caduta e di sviluppo di piaghe da decubito.

Questo non dovrebbe stupire: via via che l’età avanza gli equilibri del corpo cambiano e spesso sono alterati da una, due, se non tre o più patologie. Il problema sta anche nei numeri: con l’invecchiamento della popolazione, infatti, il numero di anziani è in costante aumento, anche degli over 85.

Uno studio cinese ha provato a tracciare l’identikit dei pazienti maggiormente predisposti a sviluppare insufficienza cardiaca per mettere a punto strategie adeguate.

Lo studio coinvolge 283 pazienti di età superiore ai 60 anni con frattura di femore trattata con fissazione interna e non con protesi: per ognuno sono stati registrati i dati clinici pre operatori, in termini di età, indice di massa corporea (BMI), patologie pregresse, valori di laboratorio pre-operatori, durata dell’intervento chirurgico, tipologia di intervento, perdità ematica e valori registrati durante l’intervento.
Dei pazienti presi in considerazione, il 35% ha sviluppato insufficienza cardiaca post-operatoria. Le analisi successive hanno permesso di evidenziare alcuni fattori di rischio. Il primo riguarda l’età: il rischio aumenta con la vecchiaia. Ma non solo. A fare la differenza sono anche la presenza di ipertensione, anemia, ipoalbuminemia e durata dell’intervento superiore ai 120 minuti.

Nella discussione gli autori danno qualche possibile ragione per questi fattori di rischio: nel caso dell’anemia, per esempio, è possibile che questa comporti una minore ossigenazione dei tessuti durante l’intervento e il conseguente rilascio di ossido nitrico, responsabile del danno al tessuto cardiaco.
Per quanto riguarda la durata dell’intervento, invece, è possibile che questa determini un maggiore stress nel paziente, di fatto ponendo il cuore a rischio di stancarsi e quindi smettere di funzionare bene. Soprattutto in soggetti con ipertensione, nei quali il muscolo cardiaco è comunque sempre sotto sforzo.

Gli autori suggeriscono quindi che gli anziani che arrivano in ospedale con una frattura di femore vengano sottoposti a esami completi e molto approfonditi, a un’approfondita consultazione anestesiologica e, in linea generale, a una osservazione multidisciplinare per gestire al meglio il periodo perioperatorio. Da ultimo, bisogna optare per le tecniche chirurgiche meno invasive e che permettano di operare nel minor tempo possibile.

(Lo studio: You, F., Ma, C., Sun, F. et al. The risk factors of heart failure in elderly patients with hip fracture: what should we care. BMC Musculoskelet Disord 22, 832 (2021). https://doi.org/10.1186/s12891-021-04686-8)

Stefania Somaré