Farmaci antitumorali per seno e ovaie attivi contro osteosarcoma?

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L’osteosarcoma è un tumore per fortuna raro che rappresenta il 10,2% di tutti i tumori maligni, con un’incidenza stimata in tre casi per milione di persone l’anno. Resta tuttavia il tumore osseo più frequente.

In Italia, ci sono circa cento nuovi casi l’anno. Altamente maligno, questo tumore colpisce per lo più le ossa lunghe e solo qualche volta i tessuto molli ed è caratteristico dei giovani, avendo esordio tra i 10 e i 25 anni (dati Orphanet: https://www.orpha.net/consor/cgi-bin/OC_Exp.php?lng=IT&Expert=668#:~:text=L’osteosarcoma%20classico%20%C3%A8%20un,dai%2010%20ai%2025%20anni).
Se il tumore viene individuato precocemente e trattato in centri specializzati può essere curato: la percentuale varia tra il 60 e 70%.

Più nefasta la prognosi di tumori localizzati nello scheletro assiale o in presenza di inizio di metastasi: il tasso di guarigione scende allora al 30%. La sopravvivenza a lungo termine per i pazienti con questo tumore è restata però più bassa di quella di altri tumori, per i quali è migliorata nel tempo. Inoltre, circa un terzo dei pazienti con osteosarcoma non può essere curato.

Ciò potrebbe cambiare grazie a una recente scoperta, ancora da confermare in clinica: uno studio condotto dall’UCL Cancer Institute di Londra e dall’Irccs Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna suggerisce infatti che alcune forme di questo tumore, caratterizzare da un’alterazione a carico del gene RB1, potrebbero essere altamente sensibili ai farmaci PARP, inibitori della poli-ADP ribosio polimerasi.

Questi sono farmaci recentemente autorizzati per la cura del tumore al seno e alle ovaie con mutazione nei geni BRCA. Questi primi risultati sono frutto di una ricerca di base, condotta dalla professoressa Sibylle Mittnacht, dell’Istituto londinese, su varie linee di cellule tumorali con la mutazione in RB1, comprese quelle di osteosarcoma che si sono rivelate essere ancora più sensibili delle cellule cancerogene con mutazioni nei geni BRCA.

Lo studio apre a nuove possibilità terapeutiche in forme di osteosarcoma sinora associate a bassa risposta alle terapie convenzionali e alto rischio di sviluppo di metastasi. Per fortuna, potremmo dire ora che forse esiste una terapia, la mutazione RB1 è presente in circa la metà degli osteosarcomi. Dal momento che i PARP sono già stati approvati, infatti, se la loro efficacia dovesse essere confermata i pazienti con osteosarcoma mutato in RB1 potrebbero beneficiarne presto.

La dottoressa Katia Scotlandi, responsabile del laboratorio di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, sottolinea: «il fatto che l’elevata sensibilità sia stata osservata in cellule tumorali che abbiamo derivato solo di recente da pazienti con osteosarcoma è un forte indicatore che la sensibilità osservata sia riproducibile anche nelle condizioni cliniche. Gli studi, infatti, sono stati compiuti in laboratorio, in condizioni che riproducono fedelmente le caratteristiche dei tumori originali. È quindi altamente improbabile che i dati osservati siano dovuti a cambiamenti causati dalla crescita a lungo termine delle cellule tumorali in condizioni artificiali».

Ipotesi che potrà essere confermata solo da studi clinici. Lo studio è stato sostenuto da Children with Cancer UK, Cancer Research UK e da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.

(Lo studio: Zoumpoulidou, G., Alvarez-Mendoza, C., Mancusi, C. et al. Therapeutic vulnerability to PARP1,2 inhibition in RB1-mutant osteosarcoma. Nat Commun 12, 7064 (2021). https://doi.org/10.1038/s41467-021-27291-8)

Stefania Somaré