Il contrasto alla degenerazione del tessuto cartilagineo è una delle sfide che l’invecchiamento della popolazione pone alla medicina moderna: da questo processo deriva infatti l’artrosi, condizione patologica che affligge con dolore e rigidità articolare buona parte degli ultrasessantacinquenni, portando nei casi più severi alla necessità di una sostituzione articolare.
Il mondo della ricerca si sta muovendo in più direzioni per affrontare questa malattia, per lo più studiando tecniche che consentano di rallentare il processo degenerativo, se non addirittura di invertirlo.

Uno studio della Stanford University School of Medicine ha presentato un metodo per stimolare la ricrescita della cartilagine articolare: il primo passo sarebbe procurare una lieve lesione alla cartilagine stessa, evento che a sua volta stimola la riproduzione delle cellule staminali del tessuto osseo (Murphy, M.P., Koepke, L.S., Lopez, M.T. et al. Articular cartilage regeneration by activated skeletal stem cells. Nat Med (2020). https://doi.org/10.1038/s41591-020-1013-2).

Senza ulteriori interventi, però, questa rigenerazione porterebbe alla creazione di fibrocartilagine, una matrice fibrosa che poco ha a che fare con la cartilagine articolare.
Nel processo che porta le cellule staminali a produrre fibrocartilagine si passa, però, dal tessuto cartilagineo.
Di qui l’idea: perché non trovare il modo di influenzare il processo di trasformazione di queste cellule staminali perché producano cartilagine e non fibrocartilagine?

La soluzione potrebbe essere utilizzare la proteina BMP2 (Bone Morphogenetic Protein 2) per guidare l’evoluzione delle cellule staminali.
Il metodo sembra funzionare nel topo e anche sul tessuto umano.
I prossimi passaggi della ricerca riguardano l’utilizzo del metodo in mammiferi più grandi del topo, prima di passare alla sperimentazione umana, partendo da pazienti con artrosi alle dita e alle mani.

Stefania Somaré

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