Nel percorso di recupero del paziente ortopedico, il sonno è fondamentale. Nelle ore notturne l’organismo attiva spontaneamente i principali meccanismi di riparazione dei tessuti, affiancando e completando il lavoro svolto di giorno da ortopedici e professionisti della riabilitazione. «La parte più importante del recupero avviene di notte, quando il corpo mette autonomamente in moto i processi di riparazione tissutale», spiega Fabio Dondi, consulente in biotecnologie. «Durante il sonno vi è il picco di produzione dell’ormone della crescita, la sintesi proteica, la divisione cellulare e tutti i meccanismi biologici fondamentali per la guarigione dei tessuti».
Il momento cruciale è la fase di sonno profondo, durante la quale è secreta la maggiore quantità di ormone della crescita (GH), molecola indispensabile per il ripristino delle strutture danneggiate durante la giornata e per la rigenerazione dell’apparato muscolo-scheletrico.
«GH è uno dei principali protagonisti dei processi di recupero. Favorisce la produzione di collagene in tendini e legamenti, contribuisce alla rigenerazione della cartilagine, sostiene la mineralizzazione ossea attraverso l’attivazione degli osteoblasti e accelera il recupero della muscolatura, sia dopo uno sforzo fisico sia dopo un intervento chirurgico».
Tendini, legamenti, cartilagini, ossa e muscoli sono quindi strettamente dipendenti dalla qualità del sonno. Di notte l’organismo mette in atto un programma biologico estremamente sofisticato, finalizzato a riparare i danni accumulati durante la veglia e a preparare il corpo alle attività del giorno successivo. Secondo Dondi, questi meccanismi rappresentano una capacità naturale dell’organismo umano. «In condizioni fisiologiche il nostro corpo è già progettato per autoripararsi. Se vivessimo in un contesto privo dello stress ossidativo e allostatico a cui siamo quotidianamente sottoposti, basterebbe un sonno di qualità perché il nostro organismo attivi autonomamente gran parte dei processi di rigenerazione». Questa capacità tende a ridursi con l’età. Evidenze scientifiche mostrano che la produzione dell’ormone della crescita si riduce fisiologicamente nel corso della vita, limitando velocità ed efficacia dei processi riparativi tissutali.
La medicina a sostegno dei meccanismi biologici
La medicina moderna ha sviluppato tecniche chirurgiche, ortopediche e riabilitative sempre più avanzate, finalizzate a ottimizzare e sostenere meccanismi biologici che, con l’età o a seguito di traumi severi, non riescono più a garantire un recupero autonomo ed efficiente. «Le tecniche ortopediche e le terapie riabilitative sono nate proprio per supportare processi che l’organismo non sempre riesce a svolgere con l’efficacia di un tempo. Tuttavia, il loro ruolo è fornire stimolo meccanico e stabilità necessari affinché il recupero biologico profondo che avviene durante il sonno possa completare l’opera di guarigione». Qui emerge un apparente paradosso.
Se il sonno è il momento in cui il corpo dovrebbe rigenerarsi in modo più efficace, molte delle persone che avrebbero maggiore necessità di dormire bene sono invece quelle che, a causa del dolore, non riescono a farlo. Esempio significativo sono i pazienti con artrite reumatoide. Diversi studi dimostrano che il 54-70% di questi pazienti riporta disturbi del sonno (difficoltà di addormentamento, risvegli notturni, sonno non ristoratore). La letteratura sul dolore cronico in generale associa, inoltre, alla presenza di dolore un rischio fino a diciotto volte maggiore di sviluppare insonnia clinicamente diagnosticata.
«Si crea un circolo vizioso. Il paziente avrebbe bisogno di raggiungere un sonno profondo e ristoratore per consentire al corpo di riparare i tessuti, ma proprio il dolore gli impedisce di entrare nelle fasi di sonno più rigenerative. Inoltre, la privazione di sonno, a sua volta, abbassa la soglia di tolleranza al dolore, rendendoci paradossalmente più sensibili alla sofferenza il giorno seguente e alimentando ulteriormente l’infiammazione. Di conseguenza, diminuisce la capacità di recupero e il dolore tende a persistere». Le stime sull’insonnia cronica in Italia variano a seconda dei criteri seguiti: il Policy Paper presentato nell’aprile 2026 la colloca al 6% della popolazione adulta, pur segnalando che per diversi esperti il dato reale sarebbe più alto (10-15%).
Al di là della cifra esatta, tutte le fonti concordano su un dato più rilevante ai fini pratici: solo il 40% dei pazienti riceve una diagnosi e solo il 21% un trattamento adeguato. Una fotografia più ampia della situazione emerge dallo studio Morfeo. I risultati evidenziano che il 64% del campione presenta disturbi del sonno: il 20% soffre di insonnia di primo livello, senza significative ripercussioni durante la giornata, mentre il 44% manifesta un’insonnia associata a disfunzioni diurne, con conseguenze sulla qualità di vita. «Parliamo di milioni di persone intrappolate in un meccanismo in cui dolore, insonnia e ridotta capacità di recupero si alimentano reciprocamente. Se queste persone sono anche pazienti ortopedici, partono inevitabilmente da una condizione di svantaggio. Durante il giorno possiamo intervenire con chirurgia, fisioterapia e riabilitazione, ma ci sono otto ore ogni notte nelle quali nessun professionista può sostituirsi ai meccanismi naturali del corpo. Proprio in quelle ore si gioca una parte fondamentale del recupero».
Impatto delle radiofrequenze sul sonno
Una delle cause che impediscono di riposare a sufficienza, incidendo sulla rigenerazione dei tessuti, potrebbero essere le radiofrequenze. Va evidenziato che non vi sono evidenze scientifiche definitive che dimostrino collegamento diretto tra esposizione a radiofrequenze e rallentamento dei processi di rigenerazione tissutale. Tuttavia, secondo Fabio Dondi, la letteratura disponibile suggerisce una correlazione indiretta che merita attenzione, soprattutto per quanto riguarda la qualità del sonno. «Dagli studi emerge una correlazione tra determinati livelli di esposizione, soprattutto di notte, e comparsa di disturbi del sonno. Il collegamento con il recupero biologico deriva, quindi, da una conseguenza logica: se il sonno profondo è disturbato, vengono inevitabilmente compromessi i processi fisiologici che di notte consentono all’organismo di riparare muscoli, tendini, cartilagini e ossa».
Tra i riferimenti scientifici a cui fa riferimento Dondi, c’è il rapporto BioInitiative, una delle raccolte più estese con oltre duemila studi dedicati agli effetti biologici dei campi elettromagnetici. Secondo tale documento, gli effetti osservati iniziano a manifestarsi già a livelli molto bassi di esposizione. «Il BioInitiative Report individua un intervallo tra 0,003 e 0,05 μW/cm² come il livello minimo di densità di potenza in cui sono documentati effetti biologici. Tra questi, cefalea, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno».
Pur riconoscendo che il dibattito scientifico è aperto e che le autorità regolatorie adottano criteri differenti, gli autori del rapporto suggeriscono di applicare il principio di precauzione. «Quando si parla di esposizioni croniche è difficile ottenere prove definitive. Per questo gli autori del BioInitiative propongono un approccio prudenziale. Partendo dal più basso livello al quale sono stati osservati effetti biologici, applicano un fattore di sicurezza pari a dieci, proprio perché mancano studi epidemiologici che valutino esposizioni protratte per quaranta o cinquant’anni». Seguendo questo criterio, il limite precauzionale proposto dal rapporto scende fino a 0,0003 μW/cm², valore molto inferiore ai limiti normativi adottati in molti Paesi.
Ridurre l’esposizione con materiali schermanti
Proprio dal principio di precauzione nasce l’interesse crescente verso i materiali schermanti, sviluppati per ridurre l’esposizione ai campi elettromagnetici in ambienti domestici. Secondo Dondi, il mercato propone molte soluzioni, alcune supportate da evidenze tecniche e altre prive di reale validazione scientifica. «È importante distinguere prodotti che hanno alle spalle test e certificazioni da soluzioni prive di verifiche scientifiche. Le tecnologie realmente utilizzate si basano principalmente su reti o maglie metalliche estremamente sottili, integrate in materiali differenti». Queste maglie possono essere integrate in tende, intonaci o interi ambienti, riflettendo gran parte delle radiofrequenze incidenti.
«Le migliori tecnologie disponibili raggiungono normalmente livelli compresi tra 90 e 99% di attenuazione, la schermatura totale non esiste». Il limite pratico di questo approccio è che una stanza schermata protegge dall’esterno ma trattiene le emissioni generate al suo interno: usare router o telefoni in carica in un ambiente così trattato rischia di concentrare proprio le emissioni che si vorrebbero evitare. Accanto alle schermature ambientali si è sviluppato un altro filone tecnologico che punta a schermare direttamente la persona, utilizzando tessuti tecnici capaci di attenuare l’esposizione a radiofrequenze. Una soluzione che Dondi ritiene più pratica.
Le applicazioni sono diverse: abbigliamento, coperte, coprimaterassi e altri tessili realizzati con filamenti metallici ad alta conducibilità. Il principio di funzionamento è analogo a quello delle schermature ambientali: i filamenti metallici riflettono parte delle onde elettromagnetiche incidenti, riducendone la penetrazione. Va però valutato un aspetto rilevante.
«Non possiamo pensare di indossare tutti i giorni un tessuto tecnico senza lavarlo. Questi tessuti sono costituiti da fili estremamente sottili di rame, argento e carbonio, materiali che con i lavaggi tendono progressivamente a ossidarsi, riducendo le prestazioni schermanti». L’ambito in cui queste tecnologie sembrano trovare l’applicazione più razionale è quello del riposo notturno. «I sistemi dedicati al sonno (coprimaterassi, coperte schermanti) consentono di superare buona parte dei limiti citati. Creano una schermatura sia al di sopra sia al di sotto del corpo, senza richiedere lavaggi tanto frequenti come quelli dell’abbigliamento».
Sfruttare l’energia termica emessa dal corpo umano
Oltre ai materiali schermanti, negli ultimi anni hanno assunto crescente importanza i biomateriali C-FIR (Ceramic Far Infrared Rays), tecnologie che seguono un principio diverso. «Qui non si tratta di schermare radiofrequenze: il meccanismo d’azione si basa sull’interazione con i Far Infrared Rays». I biomateriali C-FIR sono costituiti da polimeri sintetici nei quali vengono incorporate microscopiche particelle di materiale ceramico durante la fase di produzione del filato.«Le polveri bioceramiche sono inserite direttamente nel polimero quando questo è ancora allo stato liquido. In questo modo restano inglobate nella fibra durante la filatura e non vengono eliminate con i lavaggi, garantendo stabilità duratura nel tempo».
Il principio fisico su cui si basa questa tecnologia è legato al calore emesso dal corpo umano. Ogni persona irradia continuamente energia sotto forma di radiazione infrarossa. Una parte di questa energia appartiene proprio alla banda dei Far Infrared Rays. «Normalmente questa energia termica va dispersa nell’ambiente. Quando, invece, il corpo entra in contatto con un materiale C-FIR, le particelle ceramiche assorbono parte di tale energia e la ri-emettono nuovamente verso il corpo sotto forma di infrarosso lontano, in uno spettro d’onda in sintonia con i meccanismi di assorbimento del nostro organismo». Sebbene la penetrazione fisica diretta del raggio si arresta ai primi millimetri della cute, l’effetto biologico si propaga in profondità, riuscendo a coinvolgere i tessuti muscolari e articolari fino a circa 4 cm. A questo punto entrano in gioco gli effetti biologici di maggiore interesse per l’ambito ortopedico.
«La principale risposta osservata negli studi riguarda l’aumento della produzione di ossido nitrico. L’ossido nitrico favorisce la vasodilatazione e così migliora la microcircolazione locale». Secondo Dondi, questo aspetto ha particolare rilevanza perché molte strutture coinvolte nelle patologie ortopediche, come tendini e cartilagini, sono poco vascolarizzate. «Tendini, cartilagini e altri tessuti dell’apparato muscolo-scheletrico ricevono apporto sanguigno limitato. Qualsiasi intervento capace di favorire la microcircolazione può teoricamente migliorare l’arrivo di ossigeno e nutrienti nelle aree interessate, creando condizioni più favorevoli ai fisiologici processi di recupero».
La systematic review “Infrared radiation in management of musculoskeletal conditions and chronic pain”, su tredici studi, riporta che a livello tissutale si osserva un aumento dell’ossido nitrico, molecola endogena con azione antiossidante che contrasta i ROS, riduce lo stress ossidativo e promuove la vasodilatazione. Contestualmente, il FIR stimola fattori di crescita e deposizione di matrice extracellulare, sostenendo la riparazione del tessuto. In quella rassegna, l’effetto analgesico è documentato su diverse condizioni: osteoartrite del ginocchio, fibromialgia, sindrome miofasciale cronica e sacroileite nel contesto della spondilite anchilosante, con riduzione del dolore su scala VAS.
«Il FIR emerge comunque come trattamento complementare sicuro per un ampio spettro di condizioni muscolo-scheletriche, pur con evidenze di forza diseguale a seconda della patologia». Due studi più recenti rafforzano questo quadro. Il primo studio randomizzato su lenzuola impregnate di bioceramica FIR, condotto su 27 adulti per cinque settimane, ha rilevato riduzione dei sintomi di insonnia e delle abitudini di riposo diurno nel gruppo FIR rispetto al controllo, beneficio che si è perso nella settimana di sospensione dall’uso e che sembra indicare un effetto legato alla continuità dell’esposizione.
Il secondo studio in doppio cieco su una coperta a infrarossi lontani, condotto su 24 uomini over 45, ha mostrato dopo due settimane aumento significativo di sonno profondo e sonno REM, insieme a un aumento di serotonina, melatonina e ossido nitrico nel sangue, oltre a miglioramenti di forza di presa e tempi di reazione. «Sono le due variabili che interessano l’ambito ortopedico osservate nello stesso studio: il sonno profondo per la rigenerazione tissutale, l’ossido nitrico per la microcircolazione». Le applicazioni cliniche toccano osteoartrite del ginocchio, dolore postoperatorio e diverse condizioni muscoloscheletriche. «Il paziente già in un percorso di cura può trarne beneficio concreto». Dondi puntualizza: non si parla di guarigione ma di supporto. «Il FIR è un coadiuvante con buona evidenza e senza rilevanti controindicazioni note».
Limiti dei dispositivi FIR
In termini pratici, tessuti e dispositivi FIR integrabili nella vita quotidiana (polsiere, ginocchiere, fasce lombari, capi tecnici) presentano due limiti principali. Il primo è comportamentale. «Ricordarsi d’indossare una ginocchiera tutti i giorni non è scontato, soprattutto nei più anziani». Il secondo è fisico: benché siano elastici, capi molto aderenti possono essere difficili da indossare per chi ha rigidità articolare o ridotta mobilità. Il modo più naturale per superare questi limiti è un dispositivo che lavora in modo passivo, pensato per le ore di sonno anziché per l’uso attivo durante il giorno. Schermatura e C-FIR rispondono, in realtà, a due esigenze distinte e proprio per questo si prestano a essere integrate piuttosto che scelte l’una al posto dell’altra. La prima riduce un fattore di disturbo esterno, l’esposizione a radiofrequenze durante le ore di sonno. La seconda agisce in modo attivo sulla biologia dei tessuti, stimolando produzione di ossido nitrico e microcircolazione.
«Un dispositivo che integra entrambe le tecnologie toglie un possibile disturbo e aggiunge, nello stesso momento, supporto biologico attivo. Sono due leve che agiscono su piani diversi, usarle insieme ha più senso che usarne una sola». Per Dondi, la vera barriera è la diffusione nella pratica clinica quotidiana, per entrambe le tecnologie. «Serve consapevolezza e adozione: il FIR è documentato, ma non ancora prescritto di routine. Sul fronte dei campi elettromagnetici, il dibattito scientifico sui reali effetti biologici resta aperto e ciò spinge molti professionisti alla cautela. In entrambi i casi manca la divulgazione ai professionisti».
Secondo Dondi, alcuni profili di paziente hanno più da guadagnare da questo tipo di supporto notturno. «Il paziente nelle settimane successive a un intervento chirurgico, quando l’immobilizzazione limita altre opzioni terapeutiche e il sonno diventa la principale finestra di recupero. Il paziente con dolore cronico. Il paziente anziano, per cui ogni ora di sonno profondo è preziosa per la mineralizzazione ossea e il mantenimento della massa muscolare». Per tali profili, «questo tipo di supporto non richiede modifiche al percorso di cura: si aggiunge in un momento della giornata che altrimenti resterebbe scoperto». Dal punto di vista dell’ortopedia e delle professioni sanitarie, la questione è culturale più che tecnica. «Un supporto non invasivo e privo di effetti collaterali rilevanti come il FIR può affiancare la gestione del dolore e dell’infiammazione».
Tratto dal numero di settembre 2026 di Ortopedici&Sanitari
