L’esperienza artigianale che evolve in visione imprenditoriale, il rapporto con il paziente che s’intreccia con l’innovazione tecnologica e una rappresentanza di settore che guarda alle sfide future: il percorso di Giuseppe Tombolini si colloca in questo spazio dinamico. Titolare delle Officine Ortopediche che portano il suo nome e presidente di Antoi, Tombolini è una figura di riferimento nel settore, capace di coniugare tradizione e cambiamento. In questa intervista ripercorriamo le tappe principali della sua carriera, la crescita dell’azienda, il ruolo dell’associazione e le trasformazioni che stanno ridefinendo il settore, tra nuove tecnologie, modelli organizzativi e centralità del paziente.
Da sei anni è alla guida di Antoi. Da imprenditore, questo incarico rappresenta più un riconoscimento personale o una responsabilità verso il settore?
«La nomina a presidente di Antoi ha rappresentato un momento di grande responsabilità. L’ho vissuta come un impegno verso la categoria. È stato anche un passaggio importante sul piano umano: mi ha portato a confrontarmi con colleghi di tutta Italia e a comprendere più a fondo le diverse realtà del comparto. Allo stesso tempo è una naturale estensione del mio percorso: da un lato, l’esperienza maturata in azienda, dall’altro, la volontà di contribuire a un’evoluzione più ampia della professione. Credo sia fondamentale lavorare per rafforzare l’identità scientifica del tecnico ortopedico e per dare alla categoria una voce più autorevole nei contesti istituzionali, evitando il rischio di una sua progressiva banalizzazione».
Nel corso del suo mandato quali risultati ritiene più significativi per Antoi e quali criticità il settore deve ancora affrontare?
«In questi anni Antoi ha lavorato per rafforzare l’identità scientifica della professione, cercando di superare una visione riduttiva che troppo spesso ha caratterizzato il tecnico ortopedico. Abbiamo promosso momenti di confronto, formazione e produzione scientifica, con l’obiettivo di dare alla categoria un ruolo sempre più riconosciuto. Restano, però, criticità importanti: scarsa rappresentanza nei tavoli decisionali,necessità di un aggiornamento coerente del sistema tariffario e, come detto, il rischio di una progressiva banalizzazione della nostra professione».
La figura del tecnico ortopedico è profondamente cambiata negli ultimi anni. Quali trasformazioni considera più rilevanti e quali criticità restano aperte nel rapporto con il sistema sanitario?
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno stravolgimento sostanziale della professione. Il tecnico ortopedico non è più semplice esecutore, ma professionista sanitario che partecipa attivamente alla valutazione, alla progettazione e al monitoraggio del trattamento, con un ruolo sempre più centrale nel percorso clinico del paziente. Le innovazioni tecnologiche e le acquisizioni scientifiche hanno contribuito in modo decisivo a questa evoluzione, ampliando anche il coinvolgimento nelle attività di ricerca e sviluppo. Permangono, però, alcune criticità, in particolare nel rapporto con il sistema sanitario: il tecnico ortopedico oggi opera in prevalenza nel privato, con limitate possibilità d’integrazione nelle équipe pubbliche. È un limite che va superato, perché il pieno riconoscimento del valore sanitario della professione passa anche da una maggiore presenza nel Ssn».
Lei porta in Antoi anche l’esperienza di un percorso imprenditoriale consolidato. Cosa l’ha spinta ad abbracciare la professione?
«È una scelta che affonda le sue radici nella mia storia familiare. Sono la terza generazione di una realtà che ha sempre vissuto questo lavoro non come semplice attività artigianale o sanitaria, ma come missione: migliorare concretamente la qualità di vita delle persone. Crescere all’interno dell’officina ortopedica ha significato per me respirare il valore del gesto tecnico, dell’attenzione al dettaglio e, soprattutto, del rapporto umano con il paziente. Un percorso naturale fatto di osservazione, coinvolgimento progressivo e di una consapevolezza via via più profonda del ruolo che questa professione può avere. Questo mi ha permesso di comprendere che il dispositivo non ha solo un compito funzionale ma sottende la storia personale del paziente, un suo bisogno e un obiettivo riabilitativo».
Quali passaggi considera più significativi nella sua crescita professionale e quali insegnamenti ne ha tratto?
«Il mio percorso è stato caratterizzato dalla continua tensione tra tradizione e innovazione: da un lato l’eredità tecnica e culturale ricevuta, dall’altro la necessità di reinterpretarla in un contesto sanitario e tecnologico in rapido cambiamento. Tra i passaggi più significativi: il consolidamento delle competenze tecniche sul campo, fondamento imprescindibile della professione; l’ingresso in una dimensione organizzativa e imprenditoriale più strutturata, che mi ha fatto capire come qualità clinica e qualità gestionale debbano procedere insieme; l’impegno nel mondo associativo e istituzionale, che mi ha dato una visione più ampia del sistema e del ruolo del tecnico ortopedico. Questo percorso si è tradotto anche nella costruzione di un modello aziendale che tenesse insieme tre elementi: competenza clinica, organizzazione efficiente e capacità d’innovazione. Un passaggio fondamentale è stato strutturare l’azienda in modo più chiaro, distinguendo funzioni e responsabilità e introducendo una logica per processi. In questo senso, la scelta di separare alcune attività operative e logistiche in una struttura dedicata ha consentito di mantenere l’officina ortopedica focalizzata sul suo core clinico e tecnico. Un’altra scelta determinante è stata l’investimento continuo in formazione e tecnologia, non come fine in sé, ma come strumento per migliorare l’efficacia del trattamento. L’insegnamento principale è che questa professione non può rimanere ferma: deve evolvere continuamente, mantenendo però salda la propria identità».
Ha parlato di continua tensione fra tradizione e innovazione. Come si integrano le tecniche ortopediche tradizionali con le nuove tecnologie, i materiali avanzati e le soluzioni digitali?
«Le tecniche tradizionali rappresentano un patrimonio imprescindibile, perché racchiudono conoscenze maturate sul campo e una capacità di adattamento al paziente insostituibile. Le nuove tecnologie – dalla sensoristica ai sistemi digitali – non devono sostituire il tecnico, ma potenziarne la capacità decisionale. Ritengo che il futuro sia nella misurabilità: rendere oggettivi parametri fino a ieri affidati all’esperienza. In questa direzione si muovono alcuni progetti di ricerca che stiamo sviluppando, con l’obiettivo di rendere sempre più scientifico e riproducibile il trattamento ortesico».
Guardando al futuro, come immagina l’evoluzione del ruolo del tecnico ortopedico e su quali priorità sarà necessario investire in termini di formazione e competenze?
«Il tecnico ortopedico del futuro sarà sempre più un professionista sanitario altamente specializzato, capace di integrare competenze cliniche, biomeccaniche e tecnologiche. La priorità, a mio avviso, è la formazione: serve un percorso che non si limiti alla trasmissione di conoscenze tecniche, ma che sviluppi capacità di ragionamento clinico e senso di responsabilità. Accanto a questo, sarà fondamentale investire in ricerca e capacità di produrre evidenze scientifiche, perché su questo terreno si gioca il riconoscimento futuro della professione».
Tratto dal numero di settembre 2026 di Ortopedici&Sanitari



