Mettere in evidenza la centralità della componente psicologica nel processo decisionale che porta gli sportivi d’élite a rientrare in campo o sulle piste dopo un infortunio è stato l’obiettivo dell’intervento di Giuseppe Vercelli al congresso High Performance Skiing. Organizzato negli spazi dell’auditorium dell’Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio presso Milano Innovation District (Mind), aveva come sottotitolo “Protecting the athlete through prevention and care”. Il prof. Vercelli è docente di Psicologia dello Sport e della Prestazione Umana all’Università degli Studi di Torino e coordina il Servizio di Psicoterapia e Psicologia dello Sport presso il centro multidisciplinare J-Medical.

La sua relazione “Psychological aspects and criteria in elite athletes” è partita dal presupposto che il ritorno allo sport «non è un momento automatico o una data stabilita solo da criteri clinici». Ha cioè senz’altro a che fare con fattori e parametri fisici, ma non meno determinante è il peso che su di essa esercitano i fattori di natura psicologica o ambientale. Ne consegue che sempre più spesso il livello di performance che un campione può raggiungere ed esprimere dopo un evento traumatico dipende dall’azione congiunta e collaborativa dei clinici, dei fisioterapisti e, non ultimi, degli psicologi.

Giueppe Vercelli, docente di Psicologia dello Sport e della Prestazione Umana all’Università degli Studi di Torino e coordinatore del Servizio di Psicoterapia e Psicologia dello Sport presso il centro multidisciplinare J-Medical

Incipit vita nova

«La gestione del trauma fisico e mentale passa nell’individuo per più fasi riconoscibili e talvolta compresenti o sovrapposte, di diversa durata: dalla negazione o stupore negativo alla rabbia verso l’esterno o sé stessi. Questa può trasformarsi nell’ancor più delicato momento della depressione e tutte preludono al vero e proprio nuovo inizio». Che la “vita nova” possa poi essere foriera di successi paragonabili a quelli conseguiti nei periodi precedenti un incidente o addirittura aprire la strada a risultati ancora migliori è però un’altra questione.

«Le statistiche dicono che un quarto degli infortunati fra gli atleti di più elevato livello non riesce a tornare alla condizione e agli standard di prestazione del passato e un altro 65% si dimostra, invece, in grado di farlo. Molto dipende dal tipo di incidente subito, ma un ulteriore 10% di sportivi è addirittura capace di migliorarsi». Le ultime due categorie citate sono quelle dei cosiddetti resilienti – «che puntano a trasformare il colpo incassato in un’utile opportunità» – e soprattutto quella degli anti-fragili, i top player del terreno di gioco e della vita che «sfruttano l’ostacolo per trarne un vantaggio» competitivo. In altre parole, accettano la sfida del trauma come affrontano la partita o la gara contro un avversario che sulla carta è più forte. Da questo punto di vista, l’anti-fragilità è un atteggiamento mentale, un mindset.

Un colpo di spazzola alle emozioni

Un passaggio importante del lavoro svolto dallo psicologo con l’atleta è rappresentato dagli iniziali defusing e briefing, laddove il primo (dal verbo inglese che significa disinnescare) serve per ridurre l’impatto emotivo del trauma a breve distanza temporale dal suo verificarsi. «L’obiettivo è favorire il distacco dalle emozioni e la presa di coscienza dell’accaduto. Si cerca di ricostruire nella mente la gravità dell’incidente e comprendere il modo in cui lo sportivo la sta interpretando. Un esempio classico per lo sci alpino come per il calcio è dato dagli infortuni al legamento crociato anteriore: durante il percorso di recupero l’aspetto mentale viene monitorato costantemente e con regolarità per capire quando si stia approssimando il nuovo inizio. Si aiuta il soggetto a mantenere l’atteggiamento giusto per riportarsi in condizione di gara o di partita; si verifica quanto questi si senta a tutti gli effetti certo di poter riprendere e replicare il gesto tecnico».

Con gli approcci utilizzati si punta quindi a «spazzolare via il fatto dall’emozione provata» e che si sia, o meno, sulla strada giusta, lo dicono i colloqui e i test su basi scientifiche rigorose. «Con tutti i distinguo del caso, si può pensare a chi al semaforo è stato coinvolto in un tamponamento. Fino a quando a ogni stop seguiterà a guardare nello specchietto retrovisore con apprensione si può dire che si trovi ancora in stato di choc. Qualcosa di simile avviene nel campione al quale viene riproposto un filmato dell’infortunio: se lo rifiuta o se evidenzia particolari stati emozionali durante la visione significa che il suo stato di choc continua».

Obiettivo readiness

La letteratura dice che può durare anni e questo è quel che frena quel 25% di atleti incapaci di riportarsi del tutto al top precedente; i metodi per accertarlo variano dal ricorso alle apparecchiature di neuro-imaging sino allo Eye Movement Desensitization and Reprocessing (Emdr) e all’ipnosi. Più lunga è la riabilitazione, maggiori sono gli sforzi da profondere per analizzare la permanenza dello choc, nonché la sua entità. Il rischio è altrimenti che tutto si ripresenti alla mente al momento di tornare all’attività e lo si faccia in una condizione di difesa (prevention) o paura (freezing) e non già in quella ideale di readiness, di prontezza. E il pericolo di una ricaduta è dietro l’angolo. La readiness è fatta di equilibrata regolazione delle emozioni e sicurezza nel gesto tecnico-atletico, di bassa percezione del rischio e di volontà o desiderio di esporsi nuovamente alla competizione.

«Una valutazione errata della readiness e un prematuro ritorno all’agonismo possono avere conseguenze gravi. Alcuni studi mostrano che la readiness psicologica precoce, specie dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore, è associata a un maggior rischio di incorrere in un secondo infortunio entro 24 mesi. Per questo è importante valutare la readiness con strumenti specifici e non affidarsi a sensazioni soggettive: quando tutto funziona in modo corretto si ha di fronte un atleta pronto e in condizione di promotion». C’è poi sport e sport e fra discipline individuali e di squadra le diversità sono molte ed evidenti: non cambia di molto l’approccio terapeutico, benché si debba tenere conto di alcuni elementi specifici.

Fuori dagli undici, ma sempre in squadra

«Un calciatore», ha riflettuto Vercelli basandosi sulla sua esperienza diretta, «deve sempre sentirsi a pieno titolo parte del team, anche se non può scendere in campo né allenarsi con i compagni. L’aspetto sociale va quindi supportato e lo si fa altresì curando con attenzione l’architettura dei luoghi di allenamento. Tale è la strada percorsa da vari club di serie A, che con le loro strutture consentono agli infortunati di restare a contatto con i colleghi e con il mister, di trovarsi in un ambiente amico. Tutto ciò è più complicato negli sport individuali, ma si deve pensare che la riabilitazione si svolge in queste circostanze presso centri specializzati e frequentati da altri professionisti magari alle prese con problematiche analoghe. Anzi, il confronto e il dialogo con gli altri, indipendentemente dalla disciplina, aiuta perché è di stimolo alla cosiddetta esperienza vicaria, che a sua volta può suscitare un impatto positivo sulla readiness».

Una particolare difficoltà data dal protrarsi a lungo dell’infortunio, e quindi del periodo di assenza dalle piste o dalle superfici di gioco. Inoltre, è dettata dal senso di più o meno inconscia vergogna che l’atleta può provare, progressivamente staccandosi dalla squadra e finendo per essere dimenticato. Anche da questo punto di vista un colloquio clinico aperto con gli psicologi e lo staff medico serve a fare chiarezza sul problema e agire per risolverlo. E se c’è sport e sport, c’è atleta e atleta e dagli altri il fuoriclasse si distingue anche da come affronta e gestisce gli infortuni. Giuseppe Vercelli ha visto molti top player e la sua visione è inequivocabile. «Il campionissimo riesce tendenzialmente a sfruttare meglio i traumi e dare loro un senso positivo: ne fa tesoro per diventare anti-fragile. Gli sportivi eccellenti, però, spiccano anche perché dispongono di una maniera e di un linguaggio diversi per relazionarsi con sé stessi e il loro corpo. Per via della loro stessa impostazione mentale tendono, per esempio, non tanto a valorizzare i loro punti di forza ma a migliorare quelli deboli: questo il loro segreto».

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