Amputati transfemorali, come individuare i sedentari?

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La salute del corpo dipende in parte dagli stili di vita, inclusa la pratica di un’attività fisica costante. Esistono però categorie di persone che faticano a muoversi e ad avere una vita attiva: tra questi gli amputati di arto inferiore.

Uno studio condotto presso l’Università del Delaware, con la collaborazione di Independence Prosthetics-Orthotics, ha individuato un metodo per identificare i pazienti amputati a rischio di sedentarietà, così da poter programmare con loro un piano di allenamento e trovare soluzioni che ne facilitino la mobilità.

Il metodo si basa sulla valutazione della forza dell’anca residua e di quella sana.
In particolare, gli autori hanno coinvolto 44 partecipanti in uno studio incrociato e ne hanno valutato la forza di flessione, estensione, adduzione e abduzione dell’anca, sia quella residua sia quella sana, appunto.

Per farlo, è stato utilizzato un dinamometro portatile. I partecipanti hanno quindi praticato attività sportiva per sette giorni consecutivi mentre gli autori ne misuravano la forza delle anche e, alla fine, sono stati suddivisi in due categorie: sedentari e non sedentari.

Il primo risultato dello studio è che la maggior parte dei partecipanti, ovvero 31, erano sedentari. Il secondo è che la valutazione della forza delle due anche consente davvero di individuare gli amputati che si muovono di meno. Ma quanto è il peso di questa misura?

Gli autori hanno calcolato che un punteggio composito della forza dell’anca (0-6) stima una probabilità 2,2 volte maggiore che il paziente sia sedentario per ogni punto di diminuzione della forza stessa. Secondo gli autori, come anticipato, questo metodo permetterebbe di individuare i pazienti con amputazione transfemorale che si muovono di meno e stabilire una strategia apposita, che può includere anche la prescrizione di una protesi specifica. Occorre sottolineare che non sempre avere una protesi aiuta i pazienti amputati a muoversi.

Ci sono studi, in letteratura, che evidenziano come camminare con una protesi richieda comunque più energia al soggetto rispetto all’esecuzione dello stesso movimento con un arto nativo: ciò può indurre una riduzione dell’attività fisica. Ciò è vero anche con l’uso delle moderne protesi robotiche: spesso queste richiedono di modificare l’impostazione della protesi a seconda del movimento che si deve effettuare, per esempio, camminare o alzarsi dalla sedia o, ancora, fare le scale. Ciò può rendere poco fluido e naturale il movimento e incidere negativamente sulla voglia dei pazienti di fare attività fisica, seppur minima. Ci sono poi da tenere in considerazione i pesi delle protesi e la qualità degli invasi. Insomma, non è detto che un paziente con protesi si muova regolarmente. Certo, una volta individuato il problema, si può lavorare per risolverlo o ridurlo, magari con della riabilitazione o con un cambio di protesi. Favorire l’attività fisica di questi soggetti è infatti estremamente importante.

(Lo studio: Seth, Mayanka; Pohlig, Ryan Tb; Beisheim-Ryan, Emma Ha; Stauffer, Samantha Ja,c; Horne, John Rc; Hicks, Gregory Ed; Sions, Jaclyn Megana,d Residual and sound limb hip strength distinguish between sedentary and nonsedentary adults with transtibial amputation, International Journal of Rehabilitation Research: February 7, 2022 – Volume – Issue – doi: 10.1097/MRR.0000000000000520)

Stefania Somaré