Tendine d’Achille e recupero postoperatorio

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Tendinopatia d'Achille, IOR arruola pazienti per sperimentazione

Durante il 15° simposio annuale Sports Medicine Symposium tenutosi in maggio a Philadelphia, David I. Pedowitz, professore presso il Thomas Jefferson Medical College di Philadelphia e specialista di piede e caviglia presso il Rothman Orthopaedic Specialty Hospital, ha parlato di tendine di Achille, focalizzandosi in particolare sui tempi necessari per una sua completa guarigione dopo intervento chirurgico.

In particolare, ha sottolineato che una rottura del tendine d’Achille ci mette circa sei mesi a guarire completamente dopo l’intervento, il che dovrebbe modificare le indicazioni fornite dagli ortopedici stessi.

Di fatto, ha sottolineato lo specialista, si tende a dire ai pazienti di tornare a svolgere le attività abituali a tre mesi dall’intervento. Un errore che potrebbe anche portare a ricadute successive.

Più frequente negli sportivi, la rottura del tendine d’Achille interessa nella maggioranza dei casi i primi 5-6 cm dal punto d’inserzione sul calcagno. Se molto leso, s’interviene con una riparazione chirurgica, alla quale deve sempre seguire un iter riabilitativo per rinforzare il tendine e i muscoli circostanti, più che per migliorare il range of motion.

Questi, secondo il prof. Pedowitz, sono gli obiettivi di una buona riabilitazione. Occorre evitare episodi di elongazione e indebolimento funzionale: ecco perché il paziente non dovrebbe saltare, correre o effettuare alcun range of motion passivo oltre i 90° prima che siano passati tre mesi dall’intervento.

Questo stile riabilitativo non rischia d’intaccare il lavoro del chirurgo? Sempre secondo l’esperto statunitense, se la riparazione della lesione è molto stretta e ben fatta, non ci sono grandi rischi. Esisterebbe uno 0,2% di possibilità di creare una piccola lesione nel tendine, quello che gli anglosassoni chiamano tear.

Attenzione però. Gli esercizi di rinforzo non devono essere fatti solo al tendine riparato, ma anche a quello sano, altrimenti si rischia di aumentare del 9% la possibilità di lesionarlo.

Il prof. Pedowitz ha anche sottolineato che il 25% circa delle lesioni al tendine d’Achille riceve una diagnosi errata. Questo è un problema da risolvere perché una piccola lesione, se trattata subito, può garire, altrimenti può peggiorare e dare problemi sempre più seri.

Nonostante questo alto tasso di errori nella diagnosi, però, Pedowitz ha assicurato che gli esami clinici, se effettuati in modo corretto, sono efficaci al 100% per stabilire la presenza di una rottura al tendine di Achille: si riferisce al Thompson test. Se positivo, indica necessità di un intervento.

Che dire, invece, della risonanza magnetica, considerata l’esame elettivo per confermare una diagnosi di rottura dell’Achille? Secondo Pedowitz sarebbe inutile, perché ritarderebbe il momento dell’intervento riparativo. E, inoltre, ha dei costi troppo elevati. Ovviamente, questa è l’opinione sviluppata dall’esperto nel corso della sua vita professionale! Al momento il test di Tompson è utilizzato per individuare una possibile diagnosi, che deve essere poi confermata da ecografia e/o risonanza magnetica. Il test prevede che il paziente si sdrai prono, con i piedi che escono dal lettino.

Lo specialista spreme il polpaccio da entrambi i lati: se l’Achille è rotto il piede resta fermo, con dolore associato, altrimenti si osserva una flessione plantare. Una volta operato, gli outcome migliori si osservano, ha concluso il professore, in atleti giovani che non giocano a basket. Oltre a questi due fattori, l’unico fattore di rischio modificabile è fare una riparazione il più stretta possibile, conclude il professore.

Stefania Somaré