Protesi osteointegrate assicurano maggiore stabilità

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Sono diverse le tipologie di protesi di arto inferiore da proporre a un amputato ma, secondo uno studio (Reif, Taylor J. MD1,a; Khabyeh-Hasbani, Nathan BS1; Jaime, Kayla M. MS1; Sheridan, Gerard A. MCh, FRCS1; Otterburn, David M. MD, FACS2; Rozbruch, S. Robert MD, FAAOS1 Early Experience with Femoral and Tibial Bone-Anchored Osseointegration Prostheses, JBJS Open Access: July-September 2021 – Volume 6 – Issue 3 – e21.00072 doi: 10.2106/JBJS.OA.21.00072), non tutte ottengono lo stesso grado di soddisfazione da parte degli utilizzatori.

Si ricorda che una protesi di arto inferiore deve favorire l’autonomia e l’esecuzione del passo, possibilmente riducendo la fatica associata alla camminata che, in chi indossa una protesi, è solitamente maggiore rispetto alle persone normodotate.

Nello studio un’équipe dell’ospedale newyorkese Hospital for Special Surgery (HSS) ha valutato gli esiti di una tecnica di osteointegrazione su 31 pazienti, 18 sottoposti a ricostruzione dell’omero e i restanti della tibia, con un follow-up di almeno 6 mesi.

Gli outcome valutati sono stati il punteggio del “Questionnaire for persons with a Transfemoral Amputation (Q-TFA)”, misurato prima dell’intervento e dopo, in un periodo compreso tra i 6 e i 12 mesi, del “Patient-Reported Outcomes Measurement Information System” (PROMIS) e del “Limb Deformity-Scoliosis Research Society”.
Inoltre, i pazienti sono stati sottoposti al “2 minute walk test” e al “6 minute walk test”.

Gli autori hanno tenuto conto anche di eventuali complicanze. Lo studio evidenzia un generale e sostanziale miglioramento di tutti gli score e test presi in considerazione: per fare un esempio, il fattore “mobilità della protesi” è cresciuto da 49.7 a 81.4, mentre il fattore “problemi legati alla protesi” passa da 46.4 a 9.1.

Ci sono state delle complicanze, alcune anche gravi, ma generalmente queste sono state lievi e facilmente gestibili, spesso con una semplice terapia antibiotica. Mentre in Europa e in altre parti del mondo l’osteointegrazione è una tecnica accettata, la FDA per ora non ha fornito il suo benestare e ne consente l’uso samaritano, solo in alcuni pazienti. Eppure, secondo gli autori dello studio, gli esiti pubblicati, in tutto simili a quelli di altri centri ospedalieri che hanno utilizzato la tecnica, evidenziano le ragioni per cui l’utilizzo dell’osteointegrazione deve essere ampliato.

Il dott. Robert Rozbruch, co-autore dello studio e responsabile del “Limb Lengthening and Complex Reconstruction Service” e direttore del “Limb Salvage and Amputation Reconstruction Center” del HSS, sottolinea: «questa è una tecnologia dirompente che consente di migliorare la qualità di vita degli amputati. Grazie a una connessione diretta della protesi con lo scheletro del paziente, si ottengono grandi miglioramenti nella funzione, nel comfort, nell’equilibrio e anche nella propriocezione e nella connessione emotiva del paziente stesso con la protesi», aspetti che invece a volte sono faticosi con le protesi tradizionali, dotate di invaso.

Anche le più avanzate. La presenza di invaso può creare problemi con il moncone, costringe a continue procedure igieniche e, nel tempo, può portare a instabilità della protesi. Non è raro che con l’avanzare dell’età il moncone cambi forma e dimensione, costringendo a cambi di invaso che, in taluni casi, non portano comunque ai risultati sperati. Un altro autore dello studio, il dottor Taylor J. Reif, sottolinea che i risultati messi in evidenza dagli score sono certamente importanti, ma mai quanto i sorrisi che nascono sul viso dei pazienti dopo l’intervento e i ringraziamenti fatti all’équipe.

Questi indicano che l’intervento ha davvero un impatto positivo sulle loro vite. Inoltre, data la forza del legame che si crea tra l’impianto in titanio e l’osso, i pazienti possono tornare all’attività sportiva, anche sostenuta, entro un anno dall’intervento.

Questa modalità di protesizzazione non è per tutti, nel senso che i pazienti più anziani sono abituati alle vecchie protesi: ma il numero di giovani che viene amputato per incidenti stradali è elevatissimo, soprattutto negli USA, e per questi riavere una mobilità quasi nativa, se non del tutto nativa, può fare una grande differenza nel resto della loro esistenza. Faciliterebbe le relazioni, l’attività fisica, ma anche quella lavorativa. Certo, questo intervento non promette successo nel 100% dei casi: alle volte possono verificarsi infezioni o rotture ossee, ma il gioco vale la candela, almeno secondo gli autori.

Stefania Somaré

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