Nuovo coordinatore per il Gruppo di Studio sul Piede Diabetico

2278
Roberto Anichini
Roberto Anichini
Roberto Anichini

Roberto Anichini, direttore dell’Unità Operativa aziendale di Diabetologia dell’Ausl 3 di Pistoia, è il nuovo coordinatore nazionale del Gruppo di Studio Piede Diabetico. «Nei prossimi quattro anni intendo operare, insieme all’attuale coordinatore e all’attuale gruppo di coordinamento, per valorizzare e incentivare le esperienze già in atto nel nostro Paese. Molti gruppi si occupano di piede diabetico: si tratta di rendere diffuse tali esperienze rendendole omogenee su tutto il territorio nazionale, cercando di consolidare l’Italia come un punto di eccellenza a livello internazionale per l’assistenza al piede diabetico, ma anche per la ricerca, sia epidemiologica sia clinica terapeutica. L’Italia è uno tra i paesi nel mondo che negli ultimi decenni hanno ottenuto i migliori indicatori di esito per quanto riguarda il piede diabetico: possiamo affermare che negli ultimi vent’anni ha raggiunto e superato l’obiettivo della riduzione delle amputazioni agli arti inferiori del 50%, come auspicato dalla San Vincent Declaration del 1989. Non sempre riusciamo a valorizzare il fatto che ciò è frutto del lavoro dei precedenti gruppi di coordinamento in termini di formazione di centinaia di professionisti (medici, chirurghi, podologi infermieri e tecnici ortopedici) e di implementazione di linee guida condivise sulla prevenzione, diagnosi e cura del piede diabetico, in tutti i suoi aspetti». Nel suo ruolo di direttore dell’Unità Operativa aziendale di Diabetologia, Anichini ha già raggiunto un obiettivo importante: a Pistoia si conta il minor numero di amputazioni al piede del Paese. «Un obiettivo raggiunto in un lungo periodo, a partire da fine anni ‘90, con l’implementazione delle linee guida internazionali sul trattamento del piede diabetico. Inoltre, grazie alla collaborazione dei medici di medicina generale sul territorio e alla cooperazione della diabetologia, che ha avuto un ruolo trainante, con un gruppo multidisciplinare e multi professionale composto da un diabetologo, un ortopedico, un chirurgo vascolare, un emodinamista, un interventista, un dermatologo, un podologo, un infermiere e un tecnico in attività motoria, è stato possibile organizzare per ogni cittadino diabetico un vero e proprio tragitto personalizzato, sia in una condizione a rischio ulcerativo sia in presenza di una vera e propria lesione. Ciò significa che i pazienti sono stati presi in carico, secondo semplici parole d’ordine che si possono riassumere in: prevenzione ed educazione alla cura del piede, diagnosi precoce delle lesioni, presa in carico precoce di un team specifico e multidisciplinare in grado di fare diagnosi, terapia e follow-up, in continuità assistenziale», spiega Anichini. «Con i miei collaboratori amiamo dire che “nella nostra azienda a ogni singolo diabetico vengono ispezionati i piedi almeno una volta l’anno, nel tentativo di prevenire le lesioni e di educarlo all’autocura e all’ispezione quotidiana”. Infatti la sorveglianza e l’azione sul territorio, con una diagnosi precoce, una presa in carico del paziente da parte di un team ospedaliero multidisciplinare, seguendo specifici piani diagnostici terapeutici assistenziali condivisi (Pdta) fino all’avvenuta guarigione, insieme a una azione capillare educativa e formativa sul rischio piede diabetico in tutti i diabetici, ci ha permesso di ridurre del 30 % le nuove diagnosi di piede diabetico in 5 anni e ci ha fatto ottenere, negli anni, uno dei migliori risultati nazionali e internazionali in termini di riduzione delle amputazioni maggiori di agli arti inferiori, nell’ambito di una regione, la Toscana, che pure ha il minor numero di amputazioni in Italia».

Un modello che ha il proprio cuore nel gruppo multidisciplinare, perché «solo dove esistono Pdta integrati tra professioni diverse e tra specialisti diversi si riesce ad avere i migliori indicatori di salute. Seguendo questa logica ogni professionista è fondamentale nel rispettivo ruolo all’interno del Pdta e tutti concorrono, a livelli diversi, alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura del paziente con piede diabetico».

È possibile espandere questo modello a tutta Italia? Anichini è positivo. «Credo che in chi si occupa di piede diabetico il modello del team sia nel genoma stesso: ognuno di noi sa che non basta fare una brillante diagnosi e un precoce ed efficace trattamento se non esiste una vera continuità assistenziale e di intervento educativo e preventivo, in cui ogni specialista, in modo differenziato ma condiviso, può contribuire a raggiungere l’obiettivo. Uno dei nostri obiettivi, come gruppo di studio nazionale, sarà l’omogeneizzazione su tutto il territorio nazionale, pur nelle differenze assistenziali regionali, di tale approccio. Unificare le procedure educative diagnostiche e terapeutiche può ridurre l’impatto di questa complicanza, che è prima di tutto sociale, per le tragiche conseguenze sul paziente e i suoi cari, ma anche economica: il 25% del costo sanitario nei diabetici è dovuto alla cura del piede diabetico e il 5% di tutte le spese sanitarie globali è dovuto ai pazienti con piede diabetico».

Anichini conclude con un appello al Governo in relazione ai nuovi Lea. «I risultati italiani sono il frutto di un lavoro di anni di educazione e formazione di pazienti e professionisti alla prevenzione primaria e secondaria delle lesioni al piede attraverso, per esempio, la scelta di adeguate calzature preventive e terapeutiche. Bene, queste opportunità per ragioni economiche sembrano essere messe in discussione. Sarebbe troppo semplice ricordare che il costo medio per la guarigione di un’ulcera in un piede diabetico varia dai 10.000 ai 25.000 euro e che un paziente amputato di gamba costa circa 40.000 euro l’anno. Il diabete cresce nel mondo in modo esponenziale e l’unico modo per combattere le complicanze della malattia (tra cui appunto il piede diabetico) è la prevenzione e questa si fa con l’educazione terapeutica del cittadino diabetico, ma anche con presidi terapeutici idonei e alla portata di tutti quelli che sono a grave rischio ulcerativo».

Stefania Somaré