Nella sua specialità dei cento metri in stile rana ha conseguito la medaglia di bronzo agli europei di Funchal-Madeira in Portogallo nel 2016 e due anni più tardi l’argento a quelli di Dublino. Quel che gli sta più a cuore ricordare, però, è forse la partecipazione ai Giochi di Rio, sempre nel 2016, «per il prestigio e l’atmosfera impareggiabili che caratterizzano la manifestazione». In un volume biografico dedicatogli dal fratello giornalista Alberto gli è stato dato il soprannome di Iron Mark e senz’altro le caratteristiche di resistenza e tenacia dell’acciaio sono iscritte nel suo codice genetico. Al secolo è Marco Dolfin, di professione chirurgo ortopedico e sportivo per passione oltre che per la vocazione alla competizione. Il tratto distintivo che accomuna tutte le gare e gli allori citati è il loro essere appartenenti alla sfera degli sport paralimpici, perché da 14 anni, a seguito di un tremendo schianto automobilistico, Dolfin è affetto da paraplegia completa. Non per questo ha voluto mettere la parola fine sulla sua esperienza professionale e men che meno su quella di atleta.
Simply the best
I modelli ai quali ispirarsi per evitare che una condizione certamente delle più critiche diventasse a 360 gradi ostacolante non sono mancati. Inevitabile fare riferimento in ambito sportivo alla grinta dell’ex pilota di Formula 1 Alex Zanardi e alle sensazionali performance del più volte iridato nuotatore paralimpico Federico Morlacchi. Fra i colleghi l’esempio principe è, invece, quello di Paolo Anibaldi, chirurgo paraplegico dall’adolescenza, cui si deve una frase ricorrente nei profili di Dolfin. «La disabilità rende la vita più faticosa, ma non deve impedirci di realizzare i nostri sogni». Sport e scienza hanno fatto entrambi e in egual misura da stimolo all’ortopedico torinese classe 1981 che ha saputo coltivarli di pari passo e sempre con indiscutibile profitto. «La molla è in ambedue i casi data dalla passione – dice Dolfin a Ortopedici e Sanitari – e il nuoto ha offerto una valvola di sfogo al mio innato bisogno di competere. È stato fondamentale e l’ho praticato a buon livello sino al 2021 quando purtroppo non sono riuscito a qualificarmi per i Giochi di Tokyo. Adesso sono passato con enorme piacere e soddisfazione al padel; in precedenza ho gareggiato nel para-triathlon (nuoto, handbike e carrozzina, ndr) completando un half-ironman». Per intendersi, si tratta di una massacrante triplice prova che contempla 1,9 chilometri a nuoto e 90 in handbike ai quali si aggiungono, infine, i 21.0975 chilometri di una mezza maratona in carrozzina. Se, però, a Dolfin si chiede quale sia stato il risultato di cui va più orgoglioso, la risposta è quella di un autentico fuoriclasse. «Cerco sempre di far sì che la prestazione migliore debba ancora arrivare, per quanto confrontarmi coi migliori al mondo a Rio sia stato un traguardo. In clinica lo è stato il fatto di poter tornare a lavorare come volevo per provare nuovamente a cambiare in meglio le vite altrui: questa è in assoluto la sfida più importante ed è per me difficile, in tutti i campi, accettare il fallimento e fare i conti con la possibilità di scendere sotto il massimo».
Ovunque, gareggia
Non sembra perciò sussistere alcuna soluzione di continuità fra la sala operatoria, la pista, i terreni del padel e le vasche di una piscina, nell’opinione di Dolfin. Perché a ciascuna di queste attività ci si deve approcciare con cura e attenzione estreme. «Le parole-chiave sono “obiettivo” e “competizione”: sono i concetti essenziali che permettono di presentarsi pronti e preparati ai momenti cruciali, ovvero la gara o la partita da un lato e dall’altro gli interventi. Si deve essere nelle condizioni psicofisiche ottimali ed è necessario studiare in anticipo ogni dettaglio, pur se con la consapevolezza che qualche imprevisto può sempre manifestarsi e bisogna esser capaci di gestirlo. Il fallimento cui ho fatto cenno porta con sé conseguenze meno gravi nella pratica sportiva ma tenerlo in considerazione ci spinge a dare sempre il meglio per limitare qualsiasi potenziale danno». Né le analogie possono dirsi, con questo, esaurite. Le esperienze vissute e maturate da altri sono una stella polare ovunque. «Conoscere le storie di professionisti e agonisti che hanno fronteggiato criticità simili alle mie e sapere come le hanno oltrepassate è decisivo ed è un po’ come rubare il mestiere, imparando dall’osservazione di coloro che riteniamo migliori. Vale per la chirurgia e vale per lo sport: ho tratto insegnamento da altre vicende e la mia può offrirne. Capita, infatti, che fra i miei pazienti qualcuno mi indichi come un esempio, ma al centro dev’esserci il loro caso individuale, il loro vissuto, perché ognuno possa costruire un suo percorso».
Tecnologia su misura
Consigli, inevitabilmente, capita di darne, ma sovente riguardano la soluzione tecnologica che di fatto gli ha permesso di continuare a spendersi con successo in camera operatoria. Si tratta di una carrozzina elettrica verticalizzabile inizialmente messa a punto dai tecnici delle Officine ortopediche Maria Adelaide di Torino. «Doveva riuscire a rendermi autonomo adattandosi al tempo stesso al movimento in spazi giocoforza angusti. Ho contribuito alla personalizzazione di un esemplare preesistente procedendo ad alcune prove specifiche e cercando quale fosse per me quella ottimale. Agendo in un ambiente sterile, le mie mani dovevano restare non solo libere, ma anche perfettamente igienizzate e sanificate. Per questo motivo ho fatto arretrare l’alloggiamento del joystick che consente di manovrarla all’altezza del gomito, così da guidarla senza rischi. Ulteriori aspetti cui è stata data la giusta attenzione sono quelli della stabilità e sicurezza e della durata della batteria, poiché in sala si rimane a oltranza sin dalle 7:30 del mattino».
Se in simili occasioni l’intervistato ha, perciò, vestito i panni di un consulente tecnologico sui generis, occasionalmente si è trovato a dare indicazioni ad altri colleghi o pazienti in maniera del tutto informale, perché contattato via social network o tramite conoscenze comuni. «Potessi godere dei tempi adeguati sarei curioso di impegnarmi nel coaching e non nego di avere riflettuto sulla possibilità di diventare un trainer sportivo. Non credo di esservi tagliato, onestamente, per via del mio spiccato spirito competitivo e perché si tratta di un impegno nel quale dovrei gettarmi anima e corpo. Attualmente, nello sport cerco e ritrovo solo il puro divertimento». Anche perché dopo aver lasciato l’impiego nel pubblico presso il San Giovanni Bosco del capoluogo sabaudo, Dolfin ha collaborato alla nascita di una società indipendente attiva nel privato-convenzionato. Si chiama Cogito e si occupa in prevalenza di chirurgia conservativa del ginocchio. «Vi sono entrato da libero professionista nel 2022, una volta che anche a causa della pandemia da Covid-19 le condizioni e modalità della mia precedente occupazione erano andate incontro a cambiamenti significativi ed erano divenute incompatibili col mio approccio e la mia visione. Ora eseguo consulti e visite in tutta l’area del torinese e interventi presso strutture della stessa zona, oppure di Milano. Mi hanno sempre interessato e attratto la chirurgia a cielo aperto, le osteotomie e la protesica. Qui, pur seguendo anche casi di lesione meniscale e del crociato, mi concentro per lo più sulle problematiche di pazienti dall’età media tendenzialmente elevata (anche oltre i novant’anni). Ridare loro una soddisfacente qualità di vita vuol dire vincere un’altra sfida».


