Fratture di calcagno, tutori di scarico dopo l’intervento

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Le fratture di calcagno rappresentano il 2% circa delle fratture che si verificano ogni anno, se si considera il solo piede sono le più comuni a scapito delle ossa del tarso.
Colpiscono prevalentemente uomini in età lavorativa impegnati in attività che prevedono l’uso di scale e impalcature (questo tipo di frattura è causata da eventi traumatici come le cadute dall’alto).
Nella fascia d’età compresa tra 60 e 65 anni, invece, sono le donne a riportare più spesso la frattura del calcagno.

Le fratture di calcagno possono essere extrarticolari, più semplici da trattare, o intrarticolari, più complesse. Di norma le extrarticolari vengono affrontate con approccio conservativo, mentre quelle intrarticolari, con spostamenti della faccetta superiori ai 2 mm, vengono trattate chirurgicamente.

Lo stesso accade in presenza di fratture associate a lussazione e di fratture che coinvolgono oltre il 25% dell’articolazione calcaneocuboidea. In questi casi, i chirurghi utilizzano placche, viti o fili per stabilizzare la frattura. Si suggerisce poi di tenere l’articolazione in scarico per 6 settimane, per poi passare a un carico parziale e poi alla riabilitazione fisioterapica. In questa fase può essere prescritto un tutore per ridurre il carico sul calcagno.

Uno studio multicentrico retrospettivo giapponese dimostra l’efficacia di questo tutore nel migliorare gli esiti post operatori nei primi mesi dopo l’intervento.
Gli autori hanno individuato all’interno del database Trauma Research Group of Nagoya i pazienti operati per frattura di calcagno, ovvero 182, dividendoli quindi in due gruppi: uno formato da soggetti cui è stato prescritto o il gesso o lo splint, e l’altro da pazienti che hanno utilizzato il tutore di Graffin.

Fatto ciò, lo studio mette a confronto i valori di alcuni indici tra i due gruppi, a 3 e 6 mesi dall’intervento e finito il follow-up: l’American Orthopaedic Foot and Ankle Society (AOFAS) e la riduzione dell’angolo di Böhler, calcolato utilizzando le radiografie dei pazienti.
Il confronto mette in evidenza un’iniziale superiorità dell’indice AOFAS nel gruppo che ha utilizzato il tutore a 3 mesi dall’intervento, ma poi questo vantaggio si riduce per scomparire: tanto a 6 mesi, quindi, che alla fine del follow-up, non si trovano differenze significative tra i due gruppi.

Lo stesso di può dire per quanto riguarda l’angolo di Böhler. Gli autori interpretano questi risultati suggerendo che il tutore venga utilizzato solo per quei pazienti che abbiano bisogno di rientrare al lavoro rapidamente, mentre non è utile negli altri casi.
Lo studio è stato guidato dalla Nagoya University Graduate School of Medicine e ha visto la partecipazione di molti ospedali: il Japanese Red Cross Nagoya Daini Hospital, lo Yokkaichi Municipal Hospital, il Toyota Memorial Hospital, il Konan Kosei Hospital, l’Ichinomiya Municipal Hospital, il Nishichita General Hospital, il Toyota Kosei Hospital, il Nakatsugawa Municipal General Hospital e il Kamiiida Daiichi General Hospital, Nagoya, Japan.

(Lo studio: Kagami Y, Tokutake K, Takegami Y, Okui N, Sakai T, Inoue H, Kanemura T, Hanabayashi M, Ito O, Kanayama Y, Maruyama K, Yoshida H, Ando T, Sugimoto R, Sugimoto T, Imagama S. Do heel-unloading orthoses improve clinical outcomes in patients after surgical treatment of calcaneal fracture? A propensity-matched, multicenter analysis of the TRON database. Prosthet Orthot Int. 2022 Dec 1;46(6):569-575. doi: 10.1097/PXR.0000000000000168. Epub 2022 Jul 1. PMID: 36515902)

Stefania Somaré