Negli Stati Uniti i pazienti più socialmente fragili possono accedere a due sistemi paralleli, Medicare e Medicaid.
Le spese per questi soggetti devono comunque essere tenute sotto controllo, così come le riammissioni non programmate a 30 e 90 giorni, poiché appesantiscono i costi.
Uno studio ha voluto capire quali siano i segnali che possono portare a una riammissione ospedaliera ai fine di intercettarli e cercare di migliorare il servizio (Lee NJ, Fields MW, Boddapati V, Cerpa M, Dansby J, Lin JD, Sardar ZM, Lehman R, Lenke L. The risks, reasons, and costs for 30- and 90-day readmissions after fusion surgery for adolescent idiopathic scoliosis. J Neurosurg Spine. 2020 Nov 6:1-9. doi: 10.3171/2020.6.SPINE20197. Epub ahead of print. PMID: 33157526).

Gli autori sono partiti dal National Readmission Database, un database che contiene informazioni relative a tutti gli ospedali statunitensi, e hanno deciso di prendere a riferimento i giovani tra 10 e 18 anni operati per scoliosi idiopatica tra il 2012 e il 2015, in tutto 30.677. Questi sono stati divisi in due gruppi: quelli che sono dovuti tornare in ospedale ai 30 giorni o entro i 90 giorni e gli altri.

Per ogni paziente sono stati considerati i dati anagrafici, le condizioni operatorie, gli outcome chirurgici e i fattori dell’ospedale: queste informazioni sono state elaborate con una regressione logistica multivariata graduale. In tutto, il 2,9% dei pazienti è rientrato in ospedale entro i 30 giorni e l’1,4% entro i 90 giorni. Ciò ha determinato un costo rispettivamente di 23.567 dollari e 16.916 dollari.
Gli autori hanno anche individuato alcuni fattori di rischio associati con la riammissione: essere stati in ospedale per più di 5 giorni dopo l’intervento, essere obesi, avere problemi neurologici, uso cronico di anticoagulanti e antipiastrine.
Esistono poi fattori associati alle complicazioni vissute dai pazienti, come la sindrome da inappropriato ormone antidiuretico, lo sviluppo di una durotomia involontaria e la sindrome dell’arteria mesenterica superiore.
In via più generale, le cause che hanno portato a una riammissione non programmata sono state l’infezione della ferita (34.7%) e complicazioni all’impianto (17.3%).

Tra le riammissioni, quelle avvenute tra i 31 e i 90 giorni sono più a rischio di necessitare di un nuovo intervento chirurgico, il che fa alzare ulteriormente i costi. Questi risultati sono interessanti, ma occorre sottolineare che tra i fattori individuati, non tutti possono essere evitati con azioni preventive.
Forse occorrerebbe individuare i pazienti più a rischio di riammissione per sottoporli a un follow-up più serrato, così da verificarne lo stato di salute nel tempo e intervenire non appena diventi necessario.

Stefania Somaré

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