Casa dolce casa. Nonostante soprattutto nell’ultimo decennio il lucchese Andrea Lanfri abbia macinato imprese estreme e record in tutti i continenti «il momento magico» cui riserva nelle sue memorie un posto d’onore ha avuto come teatro le montagne e i boschi fra i quali è cresciuto. È l’istante che ha inaugurato la sua seconda vita, iniziata il 15 gennaio nel giorno che definisce del suo “secondo compleanno”, dopo un travaglio che in molti avrebbe potuto spegnere la forza di volontà.

«Fin da giovanissimo», ha raccontato Lanfri, «sono stato un appassionato di escursioni montane nel mio territorio d’origine, che è quello delle Alpi Apuane e della catena del Monte Pisano, e già in adolescenza ho cominciato a informarmi e formarmi su nodi e manovre tipici dell’alpinismo da autodidatta e in pressoché totale autonomia: trovare coetanei che condividessero un amore tanto viscerale non era semplice. Con il passare del tempo ho deciso di avvicinarmi al Club Alpino Italiano, di cui ho seguito alcuni corsi da istruttore». Poi, è arrivato il giorno in cui, svegliatosi in preda a una forte febbre, Andrea Lanfri è stato ricoverato perché colpito da meningite con sepsi meningococcica. È la stessa infezione della quale ha sofferto la plurimedagliata schermitrice Beatrice Vio, con la differenza che quest’ultima ne è stata vittima in età infantile, cioè quando questa patologia si manifesta solitamente. Al contrario, Lanfri aveva quasi trent’anni, essendo nato nel novembre del 1986. «Ho riaperto gli occhi dopo 45 giorni di degenza e immobilità (è stato operato a Firenze e poi trasferito a Lucca per il decorso postoperatorio, ndr) e alla dimissione il mio peso era di soli 40 chili». Circa sei mesi della sua vita se ne erano andati e, se il tempo perduto era irrecuperabile, parecchio si poteva invece fare per dare valore a quello restante. Non rimaneva che correre, insomma, in ogni senso. «Nell’agosto di dieci anni fa mi sono state consegnate le prime protesi e da subito non ho avuto esitazioni. Ho iniziato a correre e tutto è ripartito con impressionante rapidità. Mi ha fortemente agevolato il bisogno impellente che mi ha costantemente spinto a fare, fare e fare».

London running

Non si è trattato solo di rimettersi in pista per provare a sé stesso di poter tornare alla normalità dopo l’amputazione degli arti inferiori e di sette dita delle mani: hanno preso il sopravvento l’indole competitiva e la vocazione alla sfida e i risultati non hanno tardato a venire. «Di fatto ho scoperto la corsa solo con la malattia. È stato forse il mio principale strumento e mezzo di riabilitazione, nella consapevolezza o convinzione che adattarmi a qualcosa di nuovo sarebbe stato più semplice rispetto a riabituarmi alle attività del passato. Ho dovuto in primo luogo riacquistare l’equilibrio oltre alla forza e mi sono messo alla prova con le gare di velocità nei cento, duecento e quattrocento metri. Nel primo caso sono riuscito ad abbattere il muro dei 12 secondi con due protesi, per poi segnare ai campionati mondiali di Londra di atletica paralimpica il record italiano con 11 secondi e 46 centesimi. Nel corso della stessa competizione londinese ho conquistato la medaglia d’argento nella staffetta 4×100 e ottenuto il quinto posto nei duecento, percorsi in 22 secondi e 51». Come forse era scritto nel destino, il podismo ha sposato l’altro grande amore di Andrea Lanfri: quello per la montagna. Fra gli ultimi approdi c’è un evento di trail running su lunghe distanze nella natia Toscana; nel carnet c’è stata la traversata degli Appennini, fra corsa pura e cammino. Supportato dal CAI e da sponsor reperiti su iniziativa personale Lanfri, è stato etichettato e ama definirsi “avventuriero”, ma l’espressione è in questa fattispecie tutt’altro che azzardata o spropositata e, anzi, del tutto calzante.

Dall’Everest all’Alaska

L’anima da esploratore e l’adrenalina che solo lo sport fa scorrere nelle vene hanno condotto Lanfri in cima all’Everest nel 2022. A breve ha in agenda un altro viaggio in Nepal per un trekking sul massiccio dell’Annapurna e sulle vette del Chulu. Prima ancora ha seguito su due ruote il cammino di Santiago de Compostela e si è spinto in Australia. La multidisciplinarità è il suo tratto distintivo. «Montagna e alte quote sono il mio habitat e riesco a darvi il meglio, cosicché dopo la malattia l’attrazione per la roccia e l’arrampicata si è intensificata anziché scemare. Mi piace più che altro unire pratiche differenti e in apparenza lontane fra loro, sebbene con i monti conservi una relazione speciale. Per il 2026 ho pianificato la traversata in bicicletta del Marocco e, fra bici e camminata o corsa, l’obiettivo è toccare tutti i dieci picchi da più di 4.000 metri del Medio Atlante». L’atleta paralimpico ha puntato una bandierina sull’Alaska, dove ha sperimentato temperature sino a 50 gradi sottozero e coltiva il sogno nel cassetto di approdare con un amico indiano in Antartide. Rischiano di passare in secondo piano dinanzi a tanti e tali primati le salite sul Bianco e la Marmolada; persino quella realizzata aprendo una via inesplorata e inedita sul monte Kenya. Né in tutto questo va tralasciato un dettaglio. Ovvero che, con un approccio dapprima empirico e via via sempre più scientifico e circostanziato, Andrea Lanfri è anche co-designer degli ausili che usa. «Nella mia esistenza precedente mi occupavo di tutt’altro: gestivo una piccola impresa di impiantistica elettrica. Dal 2023 mi ingegno nella coprogettazione di protesi, studiando l’adattabilità ai terreni complessi e la durevolezza; il grip e la resistenza a un uso prolungato e i materiali innovativi. La ricerca abbraccia aspetti svariati: dalle lame alle suole che dalle protesi (i miei allenamenti lo hanno confermato) subiscono uno stress nove volte superiore al normale. Il lavoro è ininterrotto e i miglioramenti sono tangibili: partendo dalle mie problematiche personali ho sviluppato soluzioni utili a molti e non a caso riconosciute anche da alcuni produttori».

La vita è un film

Detentore, peraltro, di un Guinness World Record per il miglio più veloce di corsa su lame sulle alture dell’Himalaya, lo sportivo non sembra conoscere requie neppure nelle fasi di recupero dalle sue molteplici imprese. In veste di scrittore ha dato alle stampe tre opere a carattere prevalentemente autobiografico. Con Giulia Puviani ha redatto “Voglio correre più veloce della meningite” e con Salvatore Vitellino il libro “OVER”; in solitaria ha pubblicato “Toccare il cielo con tre dita”. «Nel primo libro mi sono concentrato pressoché esclusivamente sul periodo della malattia e dell’ospedalizzazione; altrove sull’atletica e sul ritmo e l’adattamento alla montagna. Da quando sono stato sull’Everest, però, ne ho in mente un altro, dal titolo “My Seven Summits”. Mi interessa raccontare un lungo cammino che è fatto di avventure e conoscenze e dell’incontro con tante culture diverse: ogni montagna mi ha donato colori, sapori, panorami unici». Sulle reti televisive pubbliche e private e sui canali online sono disponibili gratuitamente i suoi documentari ed è di imminente uscita per i canali nazionali un reportage sull’esperienza vissuta lo scorso agosto in Caucaso. Per quanto neghi di aver incontrato figure che abbiano potuto rappresentare autentiche fonti d’ispirazione, Lanfri ringrazia la sorte che gli ha permesso d’imbattersi «in molte persone che hanno saputo darmi fiducia». E la storia continua. «Quest’anno mi sono altresì dedicato al progetto Italy Tour, che ha coinvolto scuole e associazioni di tutta la Penisola, consentendomi d’incontrare in totale circa 10 mila giovani. Si è basato sia su iniziative e attività più strutturate che ruotavano di volta in volta su arrampicata e roccia sia di chiacchierate all’insegna della massima spontaneità. È un dare e ricevere senza barriere che si esprime anche nello scambio di messaggi con chi, per esempio, mi confida le sue paure e come sia riuscito a superarle. Sapere di essere stato di stimolo a qualcuno è la soddisfazione più grande».

Crediti immagini: Ilaria Cariello

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