Ognuno di noi ha una auto-immagine del proprio corpo. Ogni volta che impariamo una nuova attività fisica, come ballare, pattinare, nuotare, questa auto-immagine si sovrappone al movimento reale, di fatto rendendoci impacciati. Man mano che ci si allena, però, il cervello elabora una nuova auto-immagine che si adatta meglio ai movimento dell’attività che stiamo approcciando, di fatto consentendo un miglioramento.
Un recente studio della North Carolina State University ha scoperto che il processo sopra descritto è diverso per un amputato di arto inferiore che impari a utilizzare una protesi robotica. In particolare, risulta evidente che i robot indossabili modificano fortemente la struttura del corpo, ridefinendola, così come la percezione corporea dell’utente: ecco allora che il cervello fatica a creare schemi motori adatti alla nuova condizione del soggetto.
Tutto ciò fa si che anche i miglioramenti nel passo ottenuti con l’allenamento e la pratica non vengono percepiti interamente dal cervello, che invece mantiene una auto-immagine del movimento più goffa di quella reale. Qualcosa di importante da sapere, perché consente di trovare nuove strategie per supportare i neo amputati nel loro lavoro con le protesi robotiche.
Struttura dello studio
Le conclusioni dello studio sono state ottenute coinvolgendo 9 volontari sani, ai quali è stato chiesto di utilizzare una protesi robotica di arto inferiore per camminare su un trademill, alla maggiore velocità possibile e senza mai attaccarsi ai corrimano.
In tutto, i partecipanti hanno eseguito 4 test in 4 giorni differenti. Durante questa fase di apprendimento, i ricercatori hanno esaminato i cambiamenti nella performance e nella percezione corporea dei soggetti durante il passo.
Helen Huang, tra gli autori dello studio, racconta: «Inizialmente i partecipanti si sentivano più in disequilibrio e artificiosi nel passo rispetto a quello che erano realmente. Al contrario, alla fine dei 4 giorni di studio, i partecipanti sentivano di camminare in modo molto più fluido e naturale rispetto a quanto facessero. Certo, la performance di ogni partecipante è molto aumentata nei 4 giorni di studio, ma è restata persistente una inaccuratezza nel percepire il proprio movimento».
Analizzando i risultati ottenuti gli autori hanno, infatti, osservato che benché l’auto-immagine presente a livello del cervello nel tempo si avvicini alla reale capacità di movimento acquisita con l’allenamento, permane sempre una certa discrepanza, imputata dagli autori all’assenza di un ritorno sensoriale e percettivo al cervello da parte della gamba robotica.
Tale discrepanza, come visto, è in up, il che può diventare rischioso: è possibile che tale sovrastima percettiva porti gli utenti a migliorare meno di quanto possibile durante gli allenamenti motori. Gli autori concludono sottolineando l’importanza di aumentare l’uso di robot indossabili sensibili e di calibrare frequentemente la percezione dell’immagine corporea dell’utente, così da rendere gli allenamenti effettivamente efficaci e da favorire lo sviluppo di tecnologie assistive migliori.
I-Chieh Lee, Huan Min, Ming Liu, He Huang. Projecting the new body: How body image evolves during learning to walk with a wearable robot. PNAS Nexus, Volume 5, Issue 2, February 2026, pgag016, https://doi.org/10.1093/pnasnexus/pgag016.


