Lo sport è fonte di salute, sprone per spingerci a fare meglio, luogo metaforico dove troviamo la ragione per superare alcuni nostri limiti, sia fisici sia mentali. Nessuno meglio di chi, da portatore di una grave disabilità, si è reso negli anni protagonista di traguardi che poche persone al mondo possono dire di aver ottenuto, può insegnarci tutto questo non a parole, ma con il proprio esempio.
Martina Caironi è tutto questo: vera e propria forza della natura, orgoglio nazionale con i suoi tre ori olimpici a Londra, Rio e Parigi e le innumerevoli altre affermazioni a mondiali ed europei, una delle più riconosciute donne dello sport capace di portare avanti l’esempio e il messaggio di una leggenda come Oscar Pistorius.«La storia del cambiamento della mia vita parte all’età di 18 anni, la notte del 2 novembre 2007. Ero una ragazza con una vita normale, molto vivace e sportiva, all’epoca giocavo a pallavolo – ha raccontato ad Andrea Lauria, direttore scientifico di Ortopedici&Sanitari –. La sera del mio incidente ero a una festa quando mio fratello maggiore, di tre anni più grande di me, mi venne a prendere con il suo motorino. Durante il tragitto di ritorno fummo investiti da un’auto, ricordo tutto di quei momenti: i fari abbaglianti, l’auto che si scontra contro la mia gamba, il dolore e l’arrivo dell’ambulanza. Da lì il vuoto, per risvegliarmi dopo due settimane di coma farmacologico indotto e scoprire che la mia gamba era stata amputata. L’onere di darmi la notizia fu lasciato a mio fratello. Da lì cominciò di fatto una nuova vita: un percorso fatto dapprima di un totale di otto interventi chirurgici per poter essere dimessa dall’ospedale il 24 dicembre, la ripresa della mia quotidianità con le stampelle, ancora senza protesi, la presa di contatto con alcune difficoltà fino a quel momento inesistenti, come il salire o scendere le scale o sentirsi osservati in mezzo alla folla. A maggio 2008 ottenni la mia prima protesi e di lì a poco cominciai a interessarmi a come avrei potuto riprendere a praticare sport, osservando immagini e video di atleti paralimpici. Per riprendere a correre dovetti, però, attendere il 2009, quando la mia condizione fu stabilizzata e mi fu permesso di riprendere lo sport, e il 2010, quando ottenni la mia prima protesi da corsa che, per quanto tecnologicamente meno sofisticata rispetto a quelle odierne, per me rappresentava il massimo che potessi desiderare. Le prime prove di corsa non furono piacevoli, scoprii che il mio corpo faceva fatica ad adattarsi alla nuova condizione e fu necessario imparare un nuovo schema motorio. La mia giovane età mi facilitò molto in questa fase, al pari del passaggio a strumenti via via più sofisticati, come l’impiego di un ginocchio elettronico grazie al quale acquisii una camminata naturale. Le possibilità offerte dalle tecnologie di ultima generazione sono eccezionali. A ogni modo, riavvicinarmi alla pratica sportiva ha richiesto impegno e sacrificio, anche perché non conoscevo nulla di questo mondo e commisi quindi errori di impostazione iniziale che mi portai dietro per anni, sia nella corsa sia nella tecnica del salto in lungo. Certamente se avessi ricevuto un’impostazione corretta fin dai primi approcci, alcuni compensi attuati dal mio corpo non si sarebbero strutturati: la tecnica è estremamente importante per ottenere risultati di rilievo.
Uno dei tuoi modelli è sempre stato Oscar Pistorius. Hai avuto modo di conoscerlo? Quale influenza ha avuto sulla tua vita personale e professionale?
Era il 2008, come detto a quei tempi avevo iniziato a utilizzare la mia prima protesi, ma ancora non avevo avuto il via libera per iniziare la pratica sportiva. Oscar venne a Bergamo, la mia città, per partecipare a Bergamo Scienza e fu mio padre ad accompagnarmi ad ascoltarlo e comprarmi il suo libro, che lessi in pochi giorni. All’epoca Oscar è stato il primo esempio di quanto fosse possibile spingersi oltre nello sport da parte di persone amputate o comunque con disabilità e leggere la sua storia mi ha permesso di non sentirmi sola, al contrario, di comprendere che c’era chi era riuscito a costruire sulla propria disabilità un elemento di successo. In seguito, lo rividi durante la mia prima gara a Imola, nel 2010 e poi la sera della finale dei 100 m a Londra. Quella sera rimasi allo stadio fino a tardi per i controlli antidoping, mentre lui si era soffermato per rilasciare interviste. Ricordo che tornammo al villaggio olimpico con l’ultima navetta, insieme, entrambi con le nostre medaglie d’oro appena vinte; ero molto emozionata e sentivo che per me quello era un cerchio che si chiudeva perché ero di fronte a uno dei miei miti, non da fan ma da sua pari. Le nostre medaglie dicevano quello.
Sei un volto noto del mondo dello sport e non solo. Come traduci questa notorietà in strumento di diffusione di una cultura inclusiva?
All’inizio della mia carriera volevo solo divertirmi, l’idea di essere un esempio per qualcuno mi pesava. Crescendo e maturando uno stile di vita da atleta professionista, questo aspetto è diventato naturale. Lo si può fare in molti modi diversi: io per più di dieci anni ho visitato molte scuole italiane di ogni grado raccontando la storia mia e di altri atleti. Il contributo principale, però, arriva dalla quotidianità, dimostrando che la disabilità non è ciò che ti definisce e che ti rende diverso; la tua persona rimane, con i propri interessi e peculiarità, probabilmente più forte di prima. Quando comprendi questo lottare per i tuoi diritti diventa una conseguenza naturale e vuoi contribuire a far sì che anche altri abbiano le possibilità che hai avuto tu. Ora che ho concluso la mia carriera, ho più tempo da dedicare a questi aspetti, utilizzando tanto le parole che, se usate nel modo e con i tempi e nei luoghi giusti, possono cambiare le cose, anche se sono le azioni a fare la differenza.
Rivolgi il tuo impegno anche verso i più giovani?
Ho passato molti anni impegnandomi per diffondere una cultura che vada oltre la disabilità tra i giovani. Penso che questo sia fondamentale per costruire una società realmente inclusiva. In futuro mi piacerebbe, per esempio, vedere molte più persone con disabilità all’interno degli ambienti lavorativi, anche in posizioni di rilievo. La discriminazione verrà sconfitta solo quando non ci si accorgerà più di avere di fronte una persona con disabilità, ma semplicemente una persona, con le sue capacità e peculiarità. A questo si potrà arrivare solo costruendo dal basso, ovvero dai giovani.
Ho avuto modo di conoscere due persone a te molto care: Riccarda Ambrosi (ndr Ortopedici&Sanitari marzo 2025, pagg. 68-71) e Alessandro Ossola, che ha una storia molto simile alla tua. Che rapporto vi lega?
Riccarda per me è come una zia. L’ho incontrata per la prima volta all’inizio della mia carriera quando mi intervistava per Ability Channel; in seguito, abbiamo consolidato il nostro rapporto alle olimpiadi di Sochi, quando a mia volta intervistavo atleti di tutto il mondo insieme a lei. Mi è stata accanto in momenti difficili e oggi siamo amiche e complici, siamo vicine non solo di casa (Riccarda vive a Iseo, Martina a Bergamo, nda), ma soprattutto di spirito. Con Alessandro, invece, ci siamo conosciuti sulla neve, durante un ritiro della nazionale di snowboard. Fu lì che gli chiesi perché non fosse venuto a correre. Di lì a poco venne a fare la sua prima prova.
È vero che gli prestasti la sua prima protesi da corsa?
Sì, ne avevo una in più in auto e gliela prestai. Lui fu bravissimo perché fin dalla prima prova fu in grado di correre e con tempi di tutto rispetto. Iniziò quindi la sua carriera arrivando a partecipare a due paralimpiadi e a fondare Bionic People e Inclusive Padel Tour, creando un vero impero. Sono veramente contenta che ci siano persone come lui che, senza ostentare, è riuscito negli anni a coinvolgere tantissime persone e a diffondere un messaggio veramente molto bello. Infatti, appena ho potuto sono andata anche io a una tappa del Padel Tour.
Con il tuo ruolo istituzionale nel Comitato Paralimpico segui attivamente molti progetti legati alle prossime Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Su quali fronti ci si sta muovendo e che cosa dobbiamo aspettarci da un evento su cui ci sono molte aspettative?
Ho iniziato da subito a lavorare per Milano-Cortina per cui sono anche ambassador, con il ruolo di comunicare verso l’esterno di quanto si sta facendo e si farà. Si sta lavorando molto anche nell’ottica dell’accessibilità, in tutte le strutture realizzate, verranno costruiti posti letto e un ospedale dedicato. Si farà formazione, anche all’interno delle scuole per una maggiore conoscenza del mondo olimpico e paralimpico, con tutti i loro valori. La speranza è che questi giochi portino le persone a una maggiore consapevolezza dell’importanza del movimento e dello sport per stare meglio e, quindi, gravare meno sul sistema sanitario. L’evento olimpico di per sé è bello, ma è la punta di un iceberg che alla base vede un mondo di associazionismo, di buone pratiche da mantenere nel quotidiano per portare le persone ad allontanarsi da una sedentarietà che purtroppo è ancora molto diffusa.
La tua è una carriera sportiva ricca di successi: ori paralimpici a Londra, Rio de Janeiro e Parigi, oro ai mondiali di Lione, record del mondo nei 100 metri piani. Quanto incide una preparazione mentale di primo livello sull’ottenimento di risultati di questa portata?
Ho lavorato molto sulla mia preparazione mentale da sola, ho preferito non chiedere aiuto. Con il tempo e l’esperienza sono riuscita a conoscermi sempre meglio, il che all’inizio è difficile. Ho imparato a gestire l’ansia e la pressione, che è molta quando crei tante aspettative negli altri e in te stessa. Tutto ciò mi ha aiutata e anche oggi che la mia carriera atletica è terminata posso dire che non esistono sfide che ritengo troppo dure da affrontare. Aver superato momenti estremamente difficili ti dà la forza per guardare con determinazione qualsiasi sfida. Ne è stato esempio una serie d’infortuni in cui sono incorsa l’anno scorso, durante la preparazione per le Olimpiadi di Parigi a meno di tre settimane dall’apertura dei giochi, e che mi hanno costretta a fermarmi per diversi giorni. La capacità di concentrarmi su ogni piccolo progresso ottenuto nel recupero è stata fondamentale per portarmi ai giochi in condizione tale da consentirmi di vincere la gara.
Un altro aspetto della tua vita che mi ha colpito è il ruolo di ambassador che hai avuto per Differenza Donna, associazione che compie un lavoro straordinario per combattere la violenza di genere verso donne con disabilità.
Ho partecipato a molti progetti che hanno l’obiettivo d’integrare la figura femminile nella società. Il 25 marzo, per esempio, si è conclusa a Milano la manifestazione “100 esperte”, a cui ho partecipato: Galleria Vittorio Emanuele ha ospitato le fotografie di donne che nello sport e al di fuori di esso hanno dimostrato capacità fuori dal comune. In effetti, essere donna e portatrice di una disabilità è una doppia sfida, anche se molti passi avanti sono stati fatti. So cosa significhi essere normodotata e cosa rappresenti il passaggio a una nuova vita con una grave disabilità, un passaggio che mi ha fatto sbocciare, mettendo in mostra agli altri e prima ancora a me stessa una forza e delle capacità che non sapevo di avere.

