Lesioni da stress di piede e caviglia

Le lesioni da stress osseo rappresentano una sfida crescente per la medicina sportiva moderna, colpendo atleti professionisti, dilettanti e soggetti che praticano attività fisica intensa in modo occasionale. Secondo il dott. Angelo Bertelli, responsabile dell’Unità Operativa Ortopedia della Clinica Eporediese e direttore dell’Istituto di Medicina dello Sport di Torino, queste condizioni si verificano quando il carico ripetitivo supera la capacità di adattamento biologico dell’osso, portando a una progressiva compromissione della struttura scheletrica.

Fattori di rischio

Nell’analisi delle cause, fa notare il dott. Bertelli, «si distinguono due categorie principali che influenzano l’integrità del distretto piede-caviglia:

  • fattori estrinseci: includono l’uso di calzature non ottimali, allenamenti su terreni irregolari o sintetici (come i campi da calcio di nuova generazione o i sentieri per il trail running) e programmi di carico eccessivi o non calibrati.
  • fattori intrinseci: riguardano le alterazioni anatomiche (piede piatto o cavo) e i difetti posturali a carico di ginocchio, bacino o colonna, che modificano la distribuzione dei carichi biomeccanici».

Stadiazione della lesione: stress response e frattura

Importante, sottolinea il dott. Bertelli, è identificare tempestivamente i due diversi stadi della patologia per evitare complicazioni a lungo termine.

  • stadio prefratturativo (stress response): l’osso mostra segni biologici di cedimento ma mantiene l’integrità strutturale.
  • frattura da stress: una lesione intraossea senza scomposizione evidente, simile a una frattura post traumatica ma limitata alla struttura interna dell’osso.

Il sintomo principale è il dolore, che evolve da episodico e intermittente a costante e invalidante, compromettendo significativamente la performance sportiva.

La diagnosi: risonanza magnetica come gold standard

Un punto cruciale evidenziato dal dott. Bertelli riguarda l’inefficacia dei raggi x nelle fasi iniziali. La risonanza magnetica (RM) è oggi lo strumento d’elezione poiché permette di rilevare precocemente l’edema osseo, segnale inequivocabile di stress nello stadio prefratturativo. Al contrario, la scintigrafia ossea utilizzata in passato risultava positiva solo a frattura già conclamata.

Strategie terapeutiche e intervento chirurgico

Il trattamento delle lesioni da stress differisce profondamente da quello delle fratture traumatiche.
Per alcune lesioni specifiche, il dott. Bertelli indica «il trattamento chirurgico come gold standard, in particolare per la frattura della base del quinto metatarsale. La trazione dei tendini peronei in quest’area può ostacolare la guarigione spontanea; l’intervento prevede la stabilizzazione con una vite canulata, garantendo un tasso di successo superiore al 90%».

Terapie fisiche e riabilitazione

Il protocollo terapeutico integrato prevede:

  • magnetoterapia: per stimolare il consolidamento osseo
  • idrochinesiterapia: esercizi in acqua che permettono una mobilizzazione in scarico, fondamentale per stimolare biologicamente la formazione del callo osseo
  • tecarterapia e onde d’urto: efficaci per la gestione del dolore.

Prevenzione e return to play

Il ritorno all’attività sportiva non è standardizzabile, ma il dott. Bertelli stima che, con una diagnosi precoce, le attività leggere possano riprendere dopo due mesi, mentre il carico completo richieda circa tre mesi.

Un monito particolare viene rivolto alla gestione dei giovani atleti (calcio, danza, ginnastica), spesso sottoposti a carichi di lavoro eccessivi per il loro stadio di sviluppo. La prevenzione, secondo Bertelli, deve essere multidisciplinare e includere l’uso di ortesi plantari per correggere disallineamenti e programmi di potenziamento muscolare per stabilizzare l’assetto posturale.

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